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63 • Luglio - Dicembre 2016 • Pagina 390
 
 
 
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Incontrare Dio nella Santa Messa. Riflessioni sulla liturgia alla luce di alcuni scritti di san Josemaría

Juan José Silvestre Valor
Pontificia Università della Santa Croce, Roma

«La Trinità si è innamorata dell’uomo elevato all’ordine della grazia e fatto “a sua immagine e somiglianza” (Gn 1, 26); lo ha redento dal peccato – dal peccato di Adamo, che ricadde su tutta la sua discendenza, e dai peccati personali di ciascuno – e desidera ardentemente dimorare nella nostra anima: “Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23)» . Queste parole, tratte da un’omelia di san Josemaría, pronunciata il Giovedì Santo del 1960, rispecchiano la sua profonda comprensione del mistero eucaristico come una profusione d’amore della Trinità, che vuole avvicinarsi agli uomini.

Ognuno di noi è chiamato a essere dimora di Dio. Questo sogno può divenire realtà se ci trasformiamo in Cristo, se viviamo la sua vita e diventiamo una sola cosa con lui. Questa identificazione avviene in modo singolare grazie all’Eucaristia . Nella vita e negli insegnamenti di san Josemaría notiamo una percezione della forza trasformatrice dell’Eucaristia, dell’importanza della Santa Messa per l’esistenza cristiana, come appare evidente più avanti nella stessa omelia: «Forse qualche volta ci siamo domandati come poter corrispondere a tanto amor di Dio, e forse vorremmo vedere esposto chiaramente un programma di vita cristiana. La soluzione è facile ed è alla portata di tutti i fedeli: partecipare con amore alla Santa Messa, imparare nella Messa a mettersi in rapporto con Dio, perché in questo sacrificio è contenuto tutto ciò che il Signore vuole da noi» .

«Imparare nella Messa a mettersi in rapporto con Dio». Si esprime così il convincimento che i riti liturgici nei quali si svolge la celebrazione eucaristica hanno per i credenti un valore pedagogico . Appare logica una considerazione del genere, perché «è nella Messa che si mette chiaramente in evidenza che la risposta alla donazione di Dio dev’essere quella di un amore assoluto, con tutto il cuore, con tutte le forze, fino a dare la vita» . In questo articolo ci proponiamo di mettere in rilievo l’acuta consapevolezza che ebbe san Josemaría di ciò che riguarda la forza trasformatrice che ha per i comuni fedeli la liturgia della Santa Messa. Sono molteplici i suoi insegnamenti al riguardo e appaiono continuamente nei suoi scritti. È questo il motivo per cui in questo lavoro abbiamo deciso di concentrare la nostra attenzione specialmente sulla omelia «L’Eucaristia, mistero di fede e d’amore» , in cui, in base alle diverse parti della celebrazione eucaristica, san Josemaría propone le conseguenze per la vita spirituale dei cristiani.

1. Il valore mistagogico del rito

Il fondatore dell’Opus Dei suggerisce un modo concreto di assistere alle lezioni di quella scuola di vita che è l’Eucaristia: «Permettetemi di ricordarvi ciò che tante volte voi stessi avete osservato: lo svolgimento delle cerimonie liturgiche. Seguendole con attenzione è molto probabile che il Signore faccia scoprire a ciascuno di noi dove dobbiamo migliorare, quali vizi sradicare, come impostare il nostro rapporto fraterno con tutti gli uomini» .

In un certo senso si può affermare che san Josemaría si dispone a parlare ai fedeli sulla Messa, non in un modo discorsivo, ma mistagogico, attraverso i riti . È logico che sia così, perché l’ampia e profonda realtà degli effetti spirituali della Santa Messa non deve fluire in modo autonomo e indipendente dai testi e dai riti che scandiscono la celebrazione .
L’attenzione al significato dei riti è stata spesso presente nel Magistero della Chiesa durante il XX secolo. Pio XII dice al riguardo: «La liturgia non è una parte solo esteriore e sensibile del culto divino o un cerimoniale decorativo; né sbagliano meno quelli che la considerano un semplice insieme di leggi e di precetti con i quali la gerarchia ecclesiastica ordina il compimento dei riti» . Al contrario, come ricorda la dottrina conciliare della Costituzione Sacrosanctum Concilium, nella liturgia, «opera con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale prega il suo Signore e per mezzo di lui rende culto all’Eterno Padre. Giustamente perciò la liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo mediante il quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale» . Su questa stessa linea, san Josemaría, fin dagli inizi della sua predicazione, ha messo in risalto il potenziale santificatore del mistero del culto divino .

Di conseguenza, la liturgia è «il luogo privilegiato dell’incontro dei cristiani con Dio e con colui che egli ha inviato, Gesù Cristo» . Un incontro che «si esprime come un dialogo, attraverso azioni e parole» , sotto i segni visibili che usa la sacra liturgia, scelti da Cristo o dalla Chiesa, significando realtà divine invisibili .

Così, dunque, le parole e i gesti della liturgia hanno una particolare importanza che richiede la partecipazione interiore dei fedeli, come si deduce dal numero 543 di Cammino: «Mi hai visto celebrare la Santa Messa sopra un altare nudo – mensa e ara –, senza pala ornamentale. Il Crocifisso, grande. I candelieri robusti, con torce di cera digradanti: più alte vicino alla Croce. Paliotto del colore liturgico. Pianeta ampia. Severo di linee, larga la coppa e ricco il calice. Assente la luce elettrica: non ne abbiamo notato la mancanza. – E ti costò fatica uscire dall’oratorio: si stava così bene! Vedi come conduce a Dio, come avvicina a Dio il rigore della liturgia?» . E in relazione a questo testo F.M. Arocena ha commentato: «Il testo rispecchia la sensibilità mistagogica dell’autore: i segni del mistero di Cristo conducono a Lui. Vissuta con autenticità, la celebrazione costituisce la mediazione e, nel contempo, la catechesi più eloquente del suo mistero» .

2. La Messa, incontro filiale d’amore

Il titolo di questo paragrafo richiede due premesse fondamentali. Da una parte, che la Santa Messa, come ogni incontro, è qualcosa che si fa in due: Cristo realmente presente e i partecipanti alla celebrazione, i quali, cristificati dall’effusione dello Spirito Santo, si riconoscono figli di Dio, figli nel Figlio, con il diritto e il dovere di essere presentati e offerti con Cristo al Padre. Si tratta di un incontro speciale: un incontro di innamorati. Per questo san Josemaría descriveva la Santa Messa come un «flusso trinitario di amore» , nel quale il cristiano cerca di inserirsi tramite «un amore filiale imbevuto di spirito sacerdotale» .

Infatti nell’Eucaristia «è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente, il Corpo e il Sangue, insieme con l’anima e la divinità, di nostro Signore Gesù Cristo e, dunque, Cristo intero» . “Per questo la fede ci chiede di stare davanti all’Eucaristia con la consapevolezza che siamo davanti a Cristo stesso. Proprio la sua presenza dà alle altre dimensioni – di convito, di memoriale della Pasqua, di anticipazione escatologica – un significato che va ben al di là di un puro simbolismo. L’Eucaristia è mistero di presenza, per mezzo del quale si realizza in modo sommo la promessa di Gesù di restare con noi fino alla fine del mondo” .

Tutta questa meraviglia ci dimostra la vicinanza, la preoccupazione, l’amore di Dio per gli uomini. San Josemaría, ricorda il prelato dell’Opus Dei, «ci ha insegnato a fare pienamente nostra la fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, affinché il Signore entri veramente nella nostra vita e noi nella sua, e lo guardiamo e lo contempliamo, con gli occhi della fede, come una persona realmente presente: ci vede, ci ascolta, ci aspetta, ci parla, si avvicina e ci cerca, si immola per noi nella Santa Messa» .

Nell’Eucaristia il Signore ci mostra veramente un amore che arriva «sino alla fine» (Gv 13, 1), un amore che non conosce misura . Perciò il santo dell’ordinario la considerava una pazzia d’amore e faceva anche un paragone audace: «Nessun innamorato dice che non ha tempo per stare accanto alla persona amata, o che ha fretta. I nostri genitori non avevano problemi di tempo per stare sempre insieme, perché erano innamorati» . E continuava consigliando: «Non abbiate timore di riferire alle cose di Dio gli esempi suggeriti dall’amore nobile e puro degli uomini. Se amiamo il Signore con il cuore di carne – non abbiamo che questo –, non avremo fretta di terminare questo incontro, questo appuntamento d’amore con Lui» .

3. Prepararsi a un incontro d’amore

Se l’Eucaristia è un incontro d’amore, allora la preparazione interiore è un aspetto importante. E anche quello esteriore, come afferma il fondatore dell’Opus Dei ricordando alcune scene della sua infanzia: «Ricordo come ci si preparava alla Comunione: con grande cura per disporsi bene nell’anima e nel corpo. Il miglior vestito, i capelli ben pettinati, il corpo anche materialmente pulito e magari con un po’ di profumo... Erano delicatezze proprie di innamorati, di anime forti e delicate, che sanno contraccambiare Amore con amore» . In Forgia questa preparazione esteriore diventa immagine di ciò che succede nell’ambito spirituale: «Dobbiamo ricevere il Signore, nell’Eucaristia, come si ricevono i grandi della terra, anzi, meglio!: con ornamenti, luci, vestiti nuovi... – E se mi domandi che pulizia, che ornamenti e che luci devi avere, ti risponderò: pulizia nei tuoi sensi, uno per uno; ornamenti nelle tue facoltà, una per una; luce in tutta la tua anima» .

All’inizio della Santa Messa, la consapevolezza di trovarsi alla presenza della Trinità suscitava in san Josemaría un amore e un’ammirazione che lo portavano ad addentrarsi nella liturgia con intensità. Ogni dettaglio acquistava per lui un particolare significato. Si dirigeva verso l’altare con gioia, «perché Dio è lì. Questa gioia, fatta di gratitudine e di amore, si manifesta nel bacio dell’altare, simbolo di Cristo e ricordo dei santi: un piccolo spazio santificato, perché su quest’ara si realizza il Sacramento dall’efficacia infinita» . Perciò confessava: «Bacio appassionatamente l’altare. Penso che lì si rinnova il Sacrificio del Calvario; e lì il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo si riversano sull’umanità... Colmatevi di desideri di amore, di riparazione e di sacrificio. Egli ci ha dato il suo Amore e l’amore si ripaga con l’amore. E non vengano a dirmi che Dio sta lontano: si trova ben dentro ciascuno di noi» .

In vista di questo incontro con la grandezza e la bontà infinita di Dio, che avviene nella liturgia, san Giovanni Paolo II dava le seguenti indicazioni: «L’atteggiamento non può che essere permeato dalla riverenza e dal senso dello stupore che scaturisce dal sapersi alla presenza della maestà di Dio» . Ci troviamo davanti a Dio, chiamati a essere suoi figli, convocati alla sua presenza mentre speriamo di essere trasformati nel Figlio per opera dello Spirito Santo. Non è logico che sentiamo il desiderio di esaminare la nostra vita, di chiedere il dono della conversione continua?

La recita del Confiteor, prosegue il fondatore dell’Opus Dei, «ci mette di fronte alla nostra indegnità: non di fronte al ricordo astratto della colpa, ma di fronte alla presenza concreta dei nostri peccati e delle nostre mancanze. Perciò ripetiamo: Kyrie eleison, Christe eleison; Signore, abbi pietà di noi; Cristo, abbi pietà di noi. Se il perdono di cui abbiamo bisogno dipendesse dai nostri meriti, in questo momento nascerebbe nell’anima un’amara tristezza. E invece, per bontà divina, il perdono ci viene dalla misericordia di Dio, che abbiamo or ora lodato con il Gloria: Perché Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo, con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre» .

4. Instaurare un dialogo di amore

L’orazione colletta termina con le parole che san Josemaría amava tanto ripetere perché gli ricordavano che nel santo Sacrificio dell’Altare opera l’intera Trinità: Per il nostro Signore, Gesù Cristo, tuo Figlio – ci rivolgiamo al Padre –, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Poi ha inizio la Liturgia della Parola, durante la quale ci troviamo di fronte a un autentico discorso che attende e richiede una risposta. Questo momento della celebrazione, infatti, ha un carattere di proclamazione e di dialogo: Dio che parla al suo popolo e questo che risponde e fa sua la parola divina per mezzo del silenzio o del canto; aderisce a essa professando la fede nella professio fidei e, pieno di fiducia, rivolge al Signore le proprie richieste .
Era veramente impressionante – ricorda il prelato dell’Opus Dei, testimone di tante celebrazioni eucaristiche del fondatore – «il tono con cui leggeva i testi liturgici, per la nitidezza propria di chi li pronuncia con la bocca e con il cuore. S’immedesimava a tal punto nei testi, soprattutto nelle letture, che, se assistevano altre persone, non riusciva a contenersi e, finito il Vangelo, esprimeva i suoi sentimenti in una omelia» . Viveva realmente, dunque, le considerazioni che faceva su questa parte della Santa Messa: «Ascoltiamo adesso la parola della Scrittura, l’epistola e il Vangelo, luci del Paraclito che parla con voci umane affinché la nostra intelligenza comprenda e contempli, affinché la volontà si irrobustisca e l’azione si compia» . Il compiersi dell’azione è proprio «la dimensione performativa della Parola celebrata: la liturgia compie l’attuazione perfetta dei testi biblici, e il sacramento realizza ciò che la Parola annuncia» .

«La prima esigenza per una buona celebrazione – insegna Benedetto XVI – è che il sacerdote entri realmente in questo colloquio. Annunciando la Parola, si sente egli stesso in colloquio con Dio. È ascoltatore della Parola e annunciatore della Parola, nel senso che si fa strumento del Signore e cerca di capire questa Parola di Dio che poi è da trasmettere al popolo. È in colloquio con Dio, perché i testi della Santa Messa non sono testi teatrali o qualcosa di simile, ma sono preghiere, grazie alle quali, insieme con l’assemblea, parlo con Dio» .

Si può affermare che questa ruminatio è connaturale alla concezione che san Josemaría ha dei testi liturgici, e in modo speciale della Parola di Dio proclamata nella Liturgia della Parola, che diventa orazione e si proietta nella vita. «Nulla di strano, dunque, che le sue omelie e i suoi scritti contengano parecchi commenti alla lex orandi, la cui vivacità risponde alla profondità biblica e liturgica della sua esperienza nella celebrazione. In alcuni passi il suo stile ricorda la mistagogia dei Padri della Chiesa» .

5. L’incontro d’amore fra Cristo e la sua Chiesa

«Siamo un solo popolo, che confessa una sola fede, un unico Credo, un popolo riunito nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» . Queste parole ci invitano a fare un passo avanti. L’identificazione con i sentimenti di Cristo presuppone una progressiva trasformazione in lui per mezzo della preghiera; ma come imparare a pregare? La risposta è chiara: pregando con altri. In realtà non è possibile separare Dio Padre dal suo Popolo: «Ogni volta che gridiamo e diciamo: “Abbà! Padre!” è la Chiesa, tutta la comunione degli uomini in preghiera, che sostiene la nostra invocazione e la nostra invocazione è invocazione della Chiesa» . Solo Gesù può dire «Padre mio». Tutti noi altri ci rivolgiamo a Dio come Padre, sempre in comunione con quel noi che Gesù ha inaugurato, rendendo possibile mediante il Battesimo che siamo figli nel Figlio.

La stessa liturgia ci mostra in modo palpabile questa realtà. Quando il sacerdote lascia l’ambone o la sede per andare all’altare – centro della liturgia eucaristica –, tutti si preparano in un modo più diretto alla preghiera comune, che sacerdote e popolo rivolgono al Padre, attraverso Cristo nello Spirito Santo . In questa parte della celebrazione il sacerdote parla al popolo unicamente nei dialoghi dall’altare , perché l’azione sacrificale che avviene nella liturgia eucaristica non è diretta principalmente alla comunità. Sacerdote e popolo non pregano uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. In realtà l’orientamento spirituale e interiore di tutti, del sacerdote – come rappresentante dell’intera Chiesa – e dei fedeli, è versus Deum per Iesum Christum. Così capiamo meglio l’esclamazione della Chiesa antica: «Conversi ad Dominum» .

In sostanza, la posizione della croce al centro dell’altare indica la centralità del crocifisso nella celebrazione eucaristica e l’esatto orientamento che tutta l’assemblea è chiamata ad avere durante la liturgia eucaristica: non ci guardiamo gli uni gli altri, ma guardiamo Colui che è nato, morto e risuscitato per noi, il Salvatore. Si colloca in questo ambito la disposizione che san Josemaría scriveva già agli inizi del 1935: «La Santa Croce e l’ara – completamente isolata la mensa dell’altare – occupino il posto più eminente» . È Cristo, da cui procede ogni salvezza, il sole che sorge, verso cui tutti noi dobbiamo rivolgere il nostro sguardo; da Lui dobbiamo ricevere il dono della grazia . Come dice con semplicità Papa Francesco, «sulla mensa c’è una croce, a indicare che su quell’altare si offre il sacrificio di Cristo: è Lui il cibo spirituale che lì si riceve, sotto i segni del pane e del vino» .

Nella misura in cui comprendiamo questa struttura, nella quale assimiliamo le parole della liturgia, entreremo in consonanza interiore e staremo con la Chiesa a colloquio con Dio. Nella celebrazione dei sacramenti il sacerdote parla con Cristo e attraverso lui con il Dio trino, e così prega con e per gli altri. Come dice san Josemaría, «condurre gli uomini alla gloria eterna nell’amore di Dio: ecco la nostra aspirazione fondamentale quando celebriamo la Messa; la stessa che ebbe Gesù Cristo quando donò la sua vita sul Calvario» .
Se quindi si può affermare senza timore di sbagliare che il cristiano, grazie alla comunione dei santi, non è mai solo, nella liturgia questo si percepisce continuamente. «Orate fratres, prega il sacerdote, perché questo sacrificio è mio e anche vostro, di tutta la Chiesa Santa. Pregate fratelli anche se siete pochi, voi qui riuniti, anche se non fosse materialmente presente più di un cristiano, e anche se ci fosse solo il celebrante: perché ogni Messa è l’olocausto universale, riscatto di tutte le tribù e lingue e popoli e nazioni (cfr. Ap 5, 9)» .

Già nella Preghiera eucaristica questa universalità acquista la sua vera ampiezza: «La terra e il Cielo si uniscono per intonare con gli Angeli del Signore: Sanctus, Sanctus, Sanctus... Io acclamo ed esulto con gli Angeli; e non mi riesce difficile, perché so di essere circondato da loro, quando celebro la Santa Messa. Essi adorano la Trinità. E so anche che interviene, in qualche modo, la Vergine Santissima, a motivo della sua intima unione con la Trinità Beatissima e perché è Madre di Cristo, della sua Carne e del suo Sangue: Madre di Gesù, perfetto Dio e perfetto Uomo» .

Si capisce così che un cristiano non può pregare Dio in modo autentico se vive spiritualmente isolato dagli altri, senza aprirsi agli altri. «La fede cristiana non è mai una semplice relazione soggettiva o personale-privata con Cristo e la sua parola, ma è invece assolutamente concreta ed ecclesiale» . Ecco perché nessun cristiano prega solo: lo accompagna sempre lo Spirito Santo. La sua preghiera è sempre in duo e in coro: in essa risuona sempre l’invocazione della Chiesa nella epiclesi continua al suo Signore. Perciò «vivere la Santa Messa significa rimanere in preghiera continua, con la convinzione che per ciascuno di noi si tratta di un incontro personale con Dio: lo adoriamo, lo lodiamo, gli chiediamo tante cose, lo ringraziamo, facciamo atti di riparazione per i nostri peccati, ci purifichiamo, ci sentiamo una cosa sola, in Cristo, con tutti i cristiani» .

Questo senso dell’unità informa tutta la vita di ogni fedele: «Ci dobbiamo impegnare generosamente nella cura della vita interiore e nello sviluppo delle virtù cristiane, pensando al bene di tutta la Chiesa» . La preghiera eucaristica è un esempio eloquente di questa apertura del cuore verso le intenzioni della Sposa di Cristo presente su tutta la terra: «Così si entra nel Canone, nel quale con filiale fiducia chiamiamo clementissimo nostro Padre Dio. Gli raccomandiamo la Chiesa e tutti coloro che sono nella Chiesa: il Papa, la nostra famiglia, i nostri amici e compagni. Poi il cattolico, con cuore universale, prega per tutto il mondo, perché nulla può restare escluso dal suo zelo generoso» .

Durante la preghiera eucaristica si ripete in diversi momenti la richiesta e alcune volte si ricorre ai santi, chiedendo la loro intercessione. «Affinché la nostra richiesta sia accolta, facciamo presente la nostra familiarità e la nostra comunione con la gloriosa sempre Vergine Maria e con quel pugno di uomini che per primi seguirono Cristo e morirono per lui» . E con l’intercessione, la richiesta: «Altre suppliche, perché noi uomini abbiamo un’inclinazione naturale a chiedere: per i nostri fratelli defunti, per noi stessi. E gli portiamo tutte le nostre infedeltà, le nostre miserie. Il peso è grande, ma Egli vuole portarlo per noi e con noi» .

Si avvicina il momento della Consacrazione. Qui «si rinnova l’infinita pazzia divina dettata dall’Amore» . Siamo al culmine della preghiera eucaristica, come afferma l’Ordinamento Generale del Messale Romano: «Mediante le parole e i gesti di Cristo, si compie il sacrificio che Cristo stesso istituì nell’Ultima Cena, quando offrì il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, li diede a mangiare e a bere agli Apostoli e lasciò loro il mandato di perpetuare questo mistero» .

Il sacerdote congiunge le mani e pronuncia con chiarezza le parole del Signore, così come richiede la natura delle stesse . Specialmente in questo momento della celebrazione, il sacerdote opera in persona Christi, «il che vuol dire di più che a nome, oppure nelle veci di Cristo. “In persona” : cioè nella specifica, sacramentale identificazione col sommo ed eterno Sacerdote, che è l’autore e il principale soggetto di questo suo proprio sacrificio, nel quale in verità non può essere sostituito da nessuno» . Per san Josemaría si tratta di una chiara realtà: «Da un lato, sono un fedele come gli altri; ma, dall’altro, sono anche e soprattutto Cristo sull’Altare. Rinnovo incruentemente il divino Sacrificio del Calvario e consacro in persona Christi, perché rappresento realmente Gesù Cristo, gli do in prestito il mio corpo, la mia voce, le mie mani, il mio povero cuore tanto spesso macchiato e bisognoso di essere da Lui purificato» .

«Il Canone termina con un’altra invocazione alla Trinità Santissima: Per Ipsum et cum Ipso et in Ipso... , per Cristo, con Cristo e in Cristo, nostro Amore, a te, Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli» . Ricordiamo nuovamente che siamo introdotti nella corrente trinitaria di amore di Dio per gli uomini che è l’Eucaristia. Il Canone si conclude rivolgendo alla Trinità una preghiera di lode, «la forma di preghiera che più immediatamente riconosce che Dio è Dio! Lo canta per sé stesso, gli rende gloria perché EGLI È, a prescindere da ciò che fa. È una partecipazione alla beatitudine dei cuori puri, che amano Dio nella fede prima di vederlo nella gloria» . Anche se è vero che l’intera celebrazione eucaristica è un grande ringraziamento rivolto alla Santissima Trinità, tuttavia la dossologia finale della preghiera eucaristica riassume e concentra l’insieme di questa lode.

A sua volta, il gesto di elevare la patena e il calice mira a presentare al Padre, per offrirgliela, la grande Vittima immolata: Cristo, la suprema espressione dell’onore e della gloria dovuti a Dio. In realtà, la formula della dossologia finale ribadisce che ogni preghiera di lode «è possibile unicamente attraverso Cristo: egli unisce i fedeli alla sua persona, alla sua lode e alla sua intercessione, in modo che il sacrificio di lode al Padre è offerto da Cristo e con lui per essere accettato in lui» .

Su questa stessa linea san Josemaría affermava: «Nel Santo Sacrificio dell’altare, il sacerdote prende il Corpo del nostro Dio e il Calice con il suo Sangue, e li innalza sopra tutte le cose della terra, dicendo: “Per Ipsum, et cum Ipso, et in Ipso” – per il mio Amore, con il mio Amore, nel mio Amore! – Unisciti a questo gesto. Più ancora: incorpora questa realtà nella tua vita» . Le ultime parole – “incorpora questa realtà nella tua vita” – ci invitano a rendere effettivo questo gesto durante la giornata , perché «corrispondere a tanto amore ci richiede una totale donazione, del corpo e dell’anima».

6. La Comunione: quando l’incontro diventa adorazione e unione

Parte essenziale della Messa è la Comunione. San Josemaría la raccomandava spesso nella sua predicazione . Già nel 1931, nell’indicare la prassi che dovevano seguire quelli che si incorporavano all’Opus Dei, scrisse che «ordinariamente riceveranno la Santa Comunione durante la Messa, perché questo richiede la liturgia» . Alla stessa epoca risale questo inciso: «La Comunione all’interno della Messa è la regola, non l’eccezione. Intra Missam, con le ostie offerte e consacrate nella Messa. Ciò che Dio ha unito l’uomo non lo separi. Sacrificio unito al Sacramento. Perché separarlo senza una causa ragionevole?» .

Il rito di Comunione ha come fine che i fedeli, debitamente disposti, ricevano il Pane del Cielo e il Calice della Salvezza, il Corpo e il Sangue di Cristo che si consegnò per la vita del mondo . Facilitare questo comando è l’obiettivo dei tre momenti di preparazione immediata: il Padre Nostro, il gesto della pace e l’atto simbolico della frazione del pane.

San Josemaría si riferisce al Padre Nostro dicendoci: «Gesù è il Cammino, il Mediatore; in Lui tutto, senza di Lui, nulla. In Cristo, istruiti da Lui, osiamo chiamare Padre Nostro l’Onnipotente: colui che fece il cielo e la terra è questo Padre affettuoso in attesa che ritorniamo a Lui ogni volta, ciascuno come un altro figliuol prodigo» . Queste parole ci introducono direttamente nella realtà della Comunione, che accresce la nostra unione con Cristo, ci unisce a Lui separandoci dal peccato, e costruisce la Chiesa . Unirci a Cristo e per Lui a tutti i fratelli, filiazione in Cristo e fraternità: sono sentimenti che troviamo in tutta la celebrazione eucaristica.
O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato, è la preghiera che precede la Comunione, segno di contrizione, di un dolore d’amore adorante che getta luce su ciò che accade in quel momento: «Non è che nell’Eucaristia riceviamo semplicemente una qualche cosa. Essa è l’incontro e l’unificazione di persone; la persona, però, che ci viene incontro e desidera unirsi a noi è il Figlio di Dio. Una tale unificazione può soltanto realizzarsi secondo le modalità dell’adorazione. Ricevere l’Eucaristia significa adorare Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola con Lui» . Per questo il fondatore dell’Opus Dei propone un contrasto molto espressivo: «Le accoglienze riservate a personaggi autorevoli della terra sono caratterizzate da un grande apparato di luci, musica e abiti eleganti. Per accogliere Cristo nella nostra anima, come dobbiamo prepararci? Abbiamo mai pensato come ci comporteremmo se si potesse ricevere la Comunione una sola volta nella vita?» .

La Santa Messa si avvia alla conclusione: «Con Cristo nell’anima, termina la Santa Messa: la benedizione del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo ci accompagna per tutta la giornata, mentre ci impegniamo, con semplicità e naturalezza, a santificare tutte le nobili attività umane» . Aranda commenta così questa considerazione: «In maniera naturale e spontanea, viene continuamente alla mente e alla penna dell’autore la formulazione della sua dottrina fondamentale, frutto dei doni fondazionali impressi da Dio nella sua anima: la chiamata di tutti i fedeli cristiani alla santità nel proprio stato e nelle proprie circostanze di vita, e in particolare la vocazione-missione dei fedeli laici di santificare tutte le attività umane nobili. Dice che si tratta di un compito da svolgere con semplicità e naturalezza, dato che non supera i canali della vita professionale e sociale ordinaria, dovendosi svolgere all’interno dei doveri e degli obblighi di ciascuno» .

La Santa Messa si proietta, in qualche modo, sull’intera vita dei fedeli. «Molto uniti a Gesù nell’Eucaristia, riusciremo ad avere una continua presenza di Dio, fra le tante occupazioni ordinarie che caratterizzano la situazione di ciascuno in questo pellegrinaggio terreno, cercando il Signore in ogni tempo e in tutte le cose» . La coerenza cristiana richiesta dalle celebrazioni liturgiche è stata ricordata da Papa Francesco: «Celebrare il vero culto spirituale vuol dire offrire sé stessi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (cfr. Rm 12, 1). Una liturgia che fosse staccata dal culto spirituale rischierebbe di svuotarsi, di decadere dall’originalità cristiana in un senso sacrale generico, quasi magico, e in un vuoto estetismo. Essendo azione di Cristo, la liturgia spinge dal suo interno a rivestirsi dei sentimenti di Cristo, e in questo dinamismo la realtà tutta viene trasfigurata» .

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Questo breve itinerario percorso nella liturgia della Santa Messa insieme a san Josemaría ci aiuta a comprendere perché egli affermava: «Assistendo alla Santa Messa imparerete a trattare ciascuna delle tre Persone divine» . Durante la celebrazione i fedeli si possono rivolgere al Padre, in Cristo per azione dello Spirito Santo: così, entrando in dialogo con le Persone divine, cresce la loro vita cristiana. Un dialogo al quale invita ogni gesto e parola propria del rito, che in tal modo acquistano un particolare significato. Ci sentiamo spinti a curarli con attenzione, col desiderio di proseguire questo cammino d’amore: «Non ama Cristo chi non ama la Santa Messa, chi non si sforza di viverla con calma e serenità, con devozione, con amore. L’amore affina gli innamorati, li rende più delicati; li porta a scoprire e curare tanti particolari, magari minimi, ma sempre significativi della vibrazione di un cuore appassionato» .


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