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Roma 1-XI-2006

Carissimi: Gesù mi protegga le mie figlie e i miei figli!

Il mese di novembre assume la sua fisionomia spirituale dalle due giornate con cui ha inizio: la solennità di Ognissanti e la commemorazione dei fedeli defunti. Il mistero della comunione dei santi illumina in modo particolare questo mese e l’intera parte finale dell’anno liturgico, orientando la meditazione sul destino terreno dell’uomo alla luce della Pasqua di Cristo [1] .

La Chiesa non cresce solo in questo mondo, ma soprattutto nell’aldilà. Ce lo ricorda la grande festa di oggi, in cui facciamo memoria dell’immensa moltitudine di anime che, dopo essere passate sulla terra, godono della beatitudine eterna, contemplando Dio a faccia a faccia in Cielo. Domani, 2 novembre, commemoriamo i defunti che si stanno ancora purificando in Purgatorio e si preparano per il momento in cui Gesù dirà loro: Prendi parte alla gioia del tuo padrone [2] . Tutti insieme formiamo il Corpo mistico di Cristo, il cui Capo è il Verbo incarnato; con Lui e sotto di Lui tributiamo a Dio Padre un incessante canto di gloria, con la virtù dello Spirito Santo. La considerazione di questo mistero della nostra fede deve muoverci a ringraziare Dio per la sua bontà e per la costante compagnia dei santi, cercando di approfittare maggiormente da questa verità che tanto ci consola.

Sicuro di questa realtà, il nostro Fondatore cercò sempre, oltre alla protezione dei santi del Cielo e delle sue “buone amiche, le anime del purgatorio” [3] , la preghiera e la mortificazione delle persone che aveva accanto. Soprattutto durante i primi anni dell’Opera, dinanzi alla grandezza della missione che il Signore gli aveva affidato, si mise, pieno di fiducia, a mendicare preghiere e sacrifici tra i poveri e gli ammalati di Madrid, convinto che, “dopo quella del Sacerdote e delle vergini consacrate, la preghiera più gradita a Dio è quella dei bambini e dei malati” [4] .

Mi vengono alla penna queste riflessioni perché proprio in novembre si compiono settantacinque anni dal momento in cui san Josemaría cominciò ad accudire poveri e malati in compagnia dei primi giovani che si avvicinavano al suo lavoro sacerdotale. Già molti anni prima, come cappellano del Patronato de Enfermos, si dedicava personalmente a questo lavoro, con cui inoltre pose le solide fondamenta dell’Opera. Ma nell’ottobre 1931, terminato il suo servizio presso quell’istituzione benefica per occuparsi della chiesa e del Patronato de Santa Isabel, avvertì il bisogno di mantenere il dialogo intenso con i bisognosi e gli ammalati, che aveva avuto negli anni precedenti. Lo racconta in una delle note contenute negli Appunti intimi, dove faceva riferimento al cambio di attività pastorale: “Ieri ho dovuto lasciare definitivamente il Patronato e quindi i malati; ma il mio Gesù non vuole che li lasci e mi ha ricordato che Lui sta inchiodato in un letto d’ospedale...” [5] .

Veniva da lontano il suo anelito di servire tutte le anime: appena ordinato sacerdote, organizzò catechesi e assistenza materiale a famiglie bisognose di Saragozza, recandosi nei quartieri periferici della città e facendosi accompagnare da studenti universitari; non pochi di loro, in seguito, entrarono nell’Opus Dei, spinti dallo zelo apostolico di quel giovane sacerdote.

Da quando incominciò a lavorare nel Patronato de Santa Isabel, sin dal primo momento cercò il modo di continuare a occuparsi di questo apostolato in cui, come scrisse altrove, “il Signore volle che io trovassi il mio cuore di sacerdote” [6] . Venne a sapere dell’esistenza di un’associazione caritatevole, composta da sacerdoti e laici, che si occupava di assistere gli ammalati dell’Ospedale Generale, vicino alla chiesa di Santa Isabel. Prese contatto con questa istituzione e l’8 novembre 1931 formalizzò la propria collaborazione. La domenica pomeriggio andava all’ospedale per prestare ai pazienti i servizi necessari. Lì conobbe alcuni dei primi che poi avrebbero scoperto nell’Opera il loro cammino di fedeli nella Chiesa.

Mi soffermo su questi particolari perché nulla di quanto si riferisce a san Josemaría è privo di significato per i fedeli della Prelatura. Anche nelle più piccole circostanze della sua vita si riflette fedelmente lo spirito dell’Opera, che ciascuna, ciascuno, deve accogliere, conservare e trasmettere con venerazione alle generazioni successive. Siamo uomini e donne di carità? Preghiamo per le persone indigenti di tutto il mondo? Offriamo mortificazioni e un vero distacco, secondo le reali possibilità di ciascuno, per aiutare questi fratelli?

Non voglio tralasciare di trasmettervi la grande gioia che mi ha dato la notizia che sta diventando realtà un antico progetto di san Josemaría: fare nell’Opus Dei tutto ciò che è necessario per preparare la materia del sacramento dell’Eucaristia.

Grazie a Dio, questo sogno è già divenuto realtà; in Cile, e spero che possa presto accadere in altri luoghi, con la coltivazione del grano e delle viti necessarie, già dispongono del vino, e, tra poco, anche delle ostie per la celebrazione del Santo Sacrificio. Mi immagino la gioia di san Josemaría, perché ricordo con quanto affetto parlava di questo desiderio.

Torno al tema di questa lettera: l’importanza di vivere la Comunione dei Santi, non solo con la preghiera, ma anche tramite l’offerta del dolore e del sacrificio. Siamo generosi, figlie e figli miei, e con un sorriso offriamo al Signore tutto ciò che ci contraria; chiediamo alle malate e ai malati che facciano a Gesù un’offerta lieta dei loro dolori e delle loro malattie, sapendo che così, oltre ad accumulare meriti per la vita eterna, collaborano in modo decisivo alla costruzione del regno di Dio sulla terra, all’efficacia dell’apostolato. Chi è afflitto da una malattia è per noi un grande tesoro. Avvicinatevi a ciascuna e a ciascuno di loro, così come farebbe il Signore. Scoprite in loro lo stesso Cristo.

La considerazione di questa realtà alimenterà la nostra speranza, qualora le forze del male si rendessero presenti nel mondo con maggior virulenza, aprendo magari una porta al pessimismo. Non diamo seguito a questa tentazione, figlie e figli miei! Non dimentichiamo mai che c’è la grande realtà della comunione della Chiesa universale, di tutti i popoli, la rete della Comunione eucaristica, che trascende le frontiere di culture, di civiltà, di popoli, di tempi. C’è questa comunione, ci sono queste "isole di pace" nel Corpo di Cristo. Ci sono. E sono forze di pace nel mondo. Se guardiamo alla storia – diceva il Papa recentemente –, possiamo vedere i grandi santi della carità che hanno creato "oasi" di questa pace di Dio nel mondo, che hanno sempre di nuovo acceso la sua luce, ed erano sempre di nuovo anche capaci di riconciliare e di creare la pace. Ci sono i martiri che hanno sofferto con Cristo, hanno dato questa testimonianza della pace, dell’amore che mette un limite alla violenza [7] .

Durante il mio recente viaggio in Libano, ho avuto una volta in più la riprova della forza di questa comunione in Cristo di preghiere e sacrifici. Mi hanno detto che, durante la recente guerra, sentivano la preghiera per loro di molte persone. Si compiva, una volta di più, quanto san Josemaría scrisse in Cammino: “Vivete una vostra particolare Comunione dei Santi: e ognuno sentirà, al momento della lotta interiore, come pure al momento dell’impegno professionale, la gioia e la forza di non essere solo” [8] .

In novembre ricordiamo anche l’annuncio dell’erezione dell’Opus Dei in Prelatura personale, fatto dall’amatissimo Giovanni Paolo II. Ho visto di persona quanto san Josemaría pregò per questa intenzione, e come il nostro don Álvaro raccolse il testimone anche in questo: è ben presente nella mia memoria la sua visita alla Medaglia Miracolosa, qui, a Roma, ove si recò per ringraziare di questo passo. Ora tocca a noi il dovere di giocarci la vita per questo riconoscimento tanto atteso: unitevi, per favore, alla mia intenzione. Pregate anche per i Numerari che il prossimo giorno 25 riceveranno l’ordinazione diaconale.

Con grande affetto, vi benedice

vostro Padre

+ Javier

Roma, 1 novembre 2006.

[1] 1. BENEDETTO XVI, Omelia, 11-XI-2005.

[2] 2. Mt 25,21.

[3] 3. SAN JOSEMARÍA, Cammino, n. 571.

[4] 4. Ibidem, n. 98.

[5] 5. SAN JOSEMARÍA, Appunti intimi, n. 360 (29-X-1931).

[6] 6. Ibidem, n. 731.

[7] 7. BENEDETTO XVI, Omelia, 23-VII-2006.

[8] 8. SAN JOSEMARÍA, Cammino, n. 545.

Romana, Nº 43, Luglio-Dicembre 2006, p. 218-220.

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