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Discorso nell’incontro con i vescovi degli Stati Uniti d’America (23-IX-2015)

Carissimi fratelli nell’Episcopato,

prima di tutto vorrei inviare un saluto alla comunità ebraica, ai nostri fratelli ebrei, che oggi celebrano la festa dello Yom Kippur. Il Signore li benedica con la pace, e li faccia andare avanti nella via della santità, secondo questo che oggi abbiamo sentito dalla sua Parola: “Siate santi, perché io sono Santo”[1].

Sono lieto di incontrarvi in questo momento della missione apostolica che mi ha condotto nel vostro Paese. Ringrazio vivamente il cardinale Wuerl e l’arcivescovo Kurtz per le gentili parole che mi hanno rivolto anche a nome di tutti voi. Ricevete, per favore, la mia gratitudine per l’accoglienza e per la generosa disponibilità con la quale il mio soggiorno è stato programmato e organizzato.

Nell’abbracciare con lo sguardo e con il cuore i vostri volti di Pastori, vorrei abbracciare anche le Chiese che amorosamente portate sulle spalle; e vi prego di assicurare che la mia vicinanza umana e spirituale raggiunge, per mezzo di voi, l’intero Popolo di Dio disseminato su questa vasta terra.

Il cuore del Papa si dilata per includere tutti. Allargare il cuore per testimoniare che Dio è grande nel suo amore è la sostanza della missione del Successore di Pietro, Vicario di Colui che sulla croce ha abbracciato l’intera umanità. Che nessun membro del Corpo di Cristo della nazione americana si senta escluso dall’abbraccio del Papa. Ovunque affiori sulle labbra il nome di Gesù, lì risuoni pure la voce del Papa per assicurare: “È il Salvatore!”. Dalle vostre grandi metropoli della costa orientale alle pianure del Midwest, dal profondo Sud allo sconfinato Ovest, dovunque la vostra gente si raccoglie nell’assemblea eucaristica, il Papa non sia un mero nome abitudinariamente pronunciato, ma una tangibile compagnia volta a sostenere la voce che si eleva dal cuore della Sposa: “Vieni, Signore!”.

Quando una mano si tende per compiere il bene o portare al fratello la carità di Cristo, per asciugare una lacrima o fare compagnia a una solitudine, per indicare la strada a uno smarrito o risollevare un cuore ormai infranto, per chinarsi su uno che è caduto o insegnare a chi è assetato di verità, per offrire il perdono o guidare a un nuovo inizio in Dio... sappiate che il Papa vi accompagna, il Papa vi sostiene, poggia anch’egli sulla vostra la sua mano ormai vecchia e rugosa ma, per grazia di Dio, ancora capace di sostenere e di incoraggiare.

La mia prima parola è di rendimento di grazie a Dio per il dinamismo del Vangelo che ha consentito la notevole crescita della Chiesa di Cristo in queste terre, e ha permesso il generoso contributo che essa ha offerto e continua a offrire alla società statunitense e al mondo. Apprezzo vivamente e ringrazio commosso per la vostra generosità e solidarietà verso la Sede Apostolica e verso l’evangelizzazione in tante sofferenti parti del mondo. Sono lieto per l’indomito impegno della vostra Chiesa per la causa della vita e della famiglia, motivo preminente di questa mia visita. Seguo con attenzione lo sforzo ingente di accoglienza e di integrazione degli immigrati che continuano a guardare all’America con lo sguardo dei pellegrini che approdarono alla ricerca delle sue promettenti risorse di libertà e prosperità. Ammiro il lavoro con cui portate avanti la missione educativa nelle vostre scuole a tutti i livelli e l’opera caritativa nelle vostre numerose istituzioni. Sono attività condotte spesso senza che si comprenda il loro valore e senza appoggio e, in ogni caso, eroicamente mantenute con l’obolo dei poveri, perché tali iniziative scaturiscono da un mandato soprannaturale al quale non è lecito disobbedire. Sono consapevole del coraggio con cui avete affrontato momenti oscuri del vostro percorso ecclesiale senza temere autocritiche né risparmiare umiliazioni e sacrifici, senza cedere alla paura di spogliarsi di quanto è secondario pur di riacquistare l’autorevolezza e la fiducia richieste ai ministri di Cristo, come desidera l’anima del vostro popolo. So quanto ha pesato in voi la ferita degli ultimi anni, e ho accompagnato il vostro generoso impegno per guarire le vittime, consapevole che nel guarire siamo pur sempre guariti, e per continuare a operare affinché tali crimini non si ripetano mai più.

Vi parlo come vescovo di Roma, già nella vecchiaia chiamato da Dio da una terra anch’essa americana, per custodire l’unità della Chiesa universale e per incoraggiare nella carità il percorso di tutte le Chiese particolari, perché progrediscano nella conoscenza, nella fede e nell’amore di Cristo. Leggendo i vostri nomi e cognomi, osservando i vostri volti, conoscendo la misura alta della vostra consapevolezza ecclesiale e sapendo della devozione che avete sempre riservato al Successore di Pietro, devo dirvi che non mi sento tra voi un forestiero. Provengo, infatti, da una terra anch’essa vasta, sconfinata e non di rado informe che, come la vostra, ha ricevuto la fede dal bagaglio dei missionari. Ben conosco la sfida di seminare il Vangelo nel cuore di uomini provenienti da mondi diversi, spesso induriti dall’aspro cammino percorso prima di approdare. Non mi è estranea la storia della fatica di impiantare la Chiesa tra pianure, montagne, città e suburbi di un territorio spesso inospitale, dove le frontiere sono sempre provvisorie, le risposte ovvie non durano e la chiave d’ingresso richiede di saper coniugare lo sforzo epico dei pionieri esploratori con la prosaica saggezza e resistenza dei sedentari che presidiano lo spazio raggiunto. Come ha cantato un vostro poeta: “ali forti e instancabili”, ma anche la saggezza di chi “conosce le montagne”[2].

Non vi parlo da solo. La mia voce si pone in continuità con quanto i miei Predecessori vi hanno donato. Infatti, sin dagli albori della “nazione americana”, quando all’indomani della rivoluzione venne eretta la prima diocesi a Baltimora, la Chiesa di Roma vi è sempre stata vicina e non vi è mai mancata la sua costante assistenza e il suo incoraggiamento. Negli ultimi decenni, tre dei miei venerati Predecessori vi hanno fatto visita, consegnandovi un notevole patrimonio d’insegnamento tuttora attuale, di cui avete fatto tesoro per orientare i lungimiranti programmi pastorali con cui guidare quest’amata Chiesa.

Non è mia intenzione tracciare un programma o delineare una strategia. Non sono venuto per giudicarvi o per impartirvi lezioni. Confido pienamente nella voce di Colui che “insegna ogni cosa”[3]. Consentitemi soltanto, con la libertà dell’amore, di poter parlare come un fratello tra fratelli. Non mi sta a cuore dirvi cosa fare, perché sappiamo tutti quanto ci chiede il Signore. Preferisco piuttosto ritornare ancora su quella fatica, antica e sempre nuova, di interrogarsi circa le strade da percorrere, sui sentimenti da conservare mentre si opera, sullo spirito con cui agire. Senza la pretesa di essere esaustivo, condivido con voi alcune riflessioni che ritengo opportune per la nostra missione.

Siamo vescovi della Chiesa, Pastori costituiti da Dio per pascere il suo gregge. La nostra gioia più grande è essere Pastori, nient’altro che Pastori, dal cuore indiviso e una irreversibile consegna di sé. Bisogna custodire questa gioia senza lasciare che ce la rubino. Il maligno ruggisce come leone cercando di divorarla, rovinando così quanto siamo chiamati a essere non per noi stessi, ma per dono, al servizio del “Pastore delle nostre anime”[4].

L’essenza della nostra identità va cercata nell’assiduo pregare, nel predicare[5] e nel pascere[6].

Non una preghiera qualsiasi, ma l’unione famigliare con Cristo, dove incrociare quotidianamente il suo sguardo per sentire rivolta a noi la sua domanda: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»[7]. E potergli serenamente rispondere: “Signore, ecco tua madre, ecco i tuoi fratelli! Te li consegno, sono quelli che Tu mi hai affidato”. Di una tale confidenza con Cristo si nutre la vita del Pastore.

Non una predicazione di complesse dottrine, ma l’annuncio gioioso di Cristo, morto e risorto per noi. Lo stile della nostra missione susciti in quanti ci ascoltano l’esperienza del “per noi” di quest’annuncio: la Parola doni senso e pienezza a ogni frammento della loro vita, i Sacramenti li nutrano di quel cibo che non possono procurarsi, la vicinanza del Pastore risvegli in loro la nostalgia dell’abbraccio del Padre. Vegliate perché il gregge incontri sempre nel cuore del Pastore quella riserva di eternità che con affanno si cerca invano nelle cose del mondo. Trovino sempre sulle vostre labbra l’apprezzamento per la capacità di fare e costruire nella libertà e nella giustizia la prosperità di cui è prodiga questa terra. Non manchi però il sereno coraggio di confessare che bisogna procurarsi «non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna»[8].

Non pascere sé stessi ma saper arretrare, abbassarsi, decentrarsi, per nutrire di Cristo la famiglia di Dio. Vegliare senza sosta, ergendosi alti per raggiungere con lo sguardo di Dio il gregge che solo a Lui appartiene. Elevarsi all’altezza della Croce del suo Figlio, il solo punto di vista che apre al Pastore il cuore del suo gregge.

Non guardare verso il basso nella propria autoreferenzialità, ma sempre verso gli orizzonti di Dio, che oltrepassano quanto noi siamo capaci di prevedere o pianificare. Vegliare pure su noi stessi, per sfuggire alla tentazione del narcisismo, che acceca gli occhi del Pastore, rende la sua voce irriconoscibile e il suo gesto sterile. Nelle molteplici strade che si aprono alla vostra sollecitudine pastorale, ricordate di conservare indelebile il nucleo che unifica tutte le cose: «Lo avete fatto a me»[9].

Senz’altro è utile al vescovo possedere la lungimiranza del leader e la scaltrezza dell’amministratore, ma decadiamo inesorabilmente quando scambiamo la potenza della forza con la forza dell’impotenza, attraverso la quale Dio ci ha redenti. Al vescovo è necessaria la lucida percezione della battaglia tra la luce e le tenebre che si combatte in questo mondo. Guai a noi, però, se facciamo della Croce un vessillo di lotte mondane, dimenticando che la condizione della vittoria duratura è lasciarsi trafiggere e svuotare di sé stessi[10].

Non ci è estranea l’angoscia dei primi Undici, chiusi tra i loro muri, assediati e sgomenti, abitati dallo spavento delle pecore disperse perché il Pastore era stato colpito. Ma sappiamo che ci è stato donato uno spirito di coraggio e non di timidezza. Pertanto non ci è lecito lasciarci paralizzare dalla paura.

So bene che numerose sono le vostre sfide, e che spesso è ostile il campo nel quale seminate, e non poche sono le tentazioni di chiudersi nel recinto delle paure, a leccarsi le ferite, rimpiangendo un tempo che non torna e preparando risposte dure alle già aspre resistenze.

E, tuttavia, siamo fautori della cultura dell’incontro. Siamo sacramenti viventi dell’abbraccio tra la ricchezza divina e la nostra povertà. Siamo testimoni dell’abbassamento e della condiscendenza di Dio che precede nell’amore anche la nostra primigenia risposta.

Il dialogo è il nostro metodo, non per astuta strategia, ma per fedeltà a Colui che non si stanca mai di passare e ripassare nelle piazze degli uomini fino all’undicesima ora per proporre il suo invito d’amore[11].

La via è pertanto il dialogo: dialogo tra voi, dialogo nei vostri Presbiteri, dialogo con i laici, dialogo con le famiglie, dialogo con la società. Non mi stancherei di incoraggiarvi a dialogare senza paura. Tanto più è ricco il patrimonio, che con parresia avete da condividere, tanto più sia eloquente l’umiltà con la quale lo dovete offrire. Non abbiate paura di compiere l’esodo necessario a ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro né capire fino in fondo che il fratello da raggiungere e riscattare, con la forza e la prossimità dell’amore, conta più di quanto contano le posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze. Il linguaggio aspro e bellicoso della divisione non si addice alle labbra del Pastore, non ha diritto di cittadinanza nel suo cuore e, benché sembri per un momento assicurare un’apparente egemonia, solo il fascino durevole della bontà e dell’amore resta veramente convincente.

Bisogna lasciare che perennemente risuoni nel nostro cuore la parola del Signore: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime»[12]. Il giogo di Gesù è giogo d’amore e perciò è garanzia di ristoro. Alle volte ci pesa la solitudine delle nostre fatiche, e siamo talmente carichi del giogo che non ricordiamo più di averlo ricevuto dal Signore. Ci sembra solo nostro e quindi ci trasciniamo come buoi stanchi nel campo arido, minacciati dalla sensazione di aver lavorato invano, dimentichi della pienezza del ristoro collegata indissolubilmente a Colui che ci ha fatto la promessa.

Imparare da Gesù; meglio ancora, imparare Gesù, mite e umile; entrare nella sua mitezza e nella sua umiltà mediante la contemplazione del suo agire. Introdurre le nostre Chiese e il nostro popolo, non di rado schiacciato dalla dura ansia di prestazione, alla soavità del giogo del Signore. Ricordare che l’identità della Chiesa di Gesù è assicurata non dal “fuoco dal cielo che consuma”[13], ma dal segreto calore dello Spirito che “sana ciò che sanguina, piega ciò che è rigido, drizza ciò che è sviato”.

La grande missione che il Signore ci affida, noi la svolgiamo in comunione, in modo collegiale. È già tanto dilaniato e diviso il mondo! La frammentazione è ormai di casa ovunque. Perciò, la Chiesa, “tunica inconsutile del Signore”, non può lasciarsi dividere, frazionare o contendere.

La nostra missione episcopale è primariamente cementare l’unità, il cui contenuto è determinato dalla Parola di Dio e dall’unico Pane del Cielo, con cui ognuna delle Chiese a noi affidate resta Cattolica, perché aperta e in comunione con tutte le Chiese particolari e con quella di Roma che “presiede nella carità”. È un imperativo, pertanto, vegliare per tale unità, custodirla, favorirla, testimoniarla come segno e strumento che, di là di ogni barriera, unisce nazioni, razze, classi, generazioni.

L’imminente Anno Santo della Misericordia, introducendoci nella profondità inesauribile del cuore divino, nel quale non abita alcuna divisione, sia per tutti occasione privilegiata per rafforzare la comunione, perfezionare l’unità, riconciliare le differenze, perdonarsi a vicenda e superare ogni divisione, così che risplenda la vostra luce come “la città costruita sul monte”[14].

Tale servizio all’unità è particolarmente importante per la vostra amata Nazione, le cui vastissime risorse materiali e spirituali, culturali e politiche, storiche e umane, scientifiche e tecnologiche impongono responsabilità morali non indifferenti in un mondo frastornato e faticosamente alla ricerca di nuovi equilibri di pace, prosperità e integrazione. È, pertanto, parte essenziale della vostra missione offrire agli Stati Uniti d’America l’umile e potente lievito della comunione. Sappia l’umanità che l’essere abitata dal “sacramento di unità”[15] è garanzia che il suo destino non è l’abbandono e la disgregazione.

E tale testimonianza è un faro che non può spegnersi. Infatti, nel denso buio della vita, gli uomini hanno bisogno di lasciarsi guidare dalla sua luce, per essere certi del porto che li aspetta, sicuri che le loro barche non si schianteranno sugli scogli né saranno in balia delle onde. Perciò, Fratelli, vi incoraggio ad affrontare le sfide del nostro tempo. Nel fondo di ciascuna di esse sta sempre la vita come dono e responsabilità. Il futuro della libertà e della dignità delle nostre società dipende dal modo in cui sapremo rispondere a tali sfide.

Le vittime innocenti dell’aborto, i bambini che muoiono di fame o sotto le bombe, gli immigrati che annegano alla ricerca di un domani, gli anziani o i malati dei quali si vorrebbe far a meno, le vittime del terrorismo, delle guerre, della violenza e del narcotraffico, l’ambiente devastato da una predatoria relazione dell’uomo con la natura, in tutto ciò è sempre in gioco il dono di Dio, del quale siamo amministratori nobili, ma non padroni. Non è lecito pertanto evadere da tali questioni o metterle a tacere. Di non minore importanza è l’annuncio del Vangelo della famiglia che, nell’imminente Incontro Mondiale delle Famiglie a Filadelfia, avrò modo di proclamare con forza insieme a voi e a tutta la Chiesa.

Questi aspetti irrinunciabili della missione della Chiesa appartengono al nucleo di quanto ci è stato trasmesso dal Signore. Abbiamo perciò il dovere di custodirli e comunicarli, anche quando la mentalità del tempo si rende impermeabile e ostile a tale messaggio[16]. Vi incoraggio a offrire, con gli strumenti e la creatività dell’amore e con l’umiltà della verità, tale testimonianza. Essa ha bisogno non soltanto di proclami e annunci esterni, ma anche di conquistare spazio nel cuore degli uomini e nella coscienza della società.

A questo fine, è molto importante che la Chiesa negli Stati Uniti sia anche un focolare umile che attira gli uomini mediante il fascino della luce e il calore dell’amore. Come Pastori ben conosciamo il buio e il freddo che ancora ci sono in questo mondo, la solitudine e l’abbandono di tanti — anche dove abbondano le risorse comunicative e le ricchezze materiali —, conosciamo anche la paura di fronte alla vita, le disperazioni e le molteplici fughe.

Perciò, solo una Chiesa che sa radunare attorno al “fuoco” resta capace di attirare. Non certo un fuoco qualsiasi, ma quello che si è acceso al mattino di Pasqua. È il Signore risorto che continua a interpellare i Pastori della Chiesa attraverso la voce timida di tanti fratelli: “Avete qualcosa da mangiare?”. Si tratta di riconoscere la sua voce, come fecero gli Apostoli sulla riva del mare di Tiberiade[17]. Ed è ancora più decisivo consegnarsi alla certezza che le braci della sua presenza, accese al fuoco della passione, ci precedono e non si spengono mai. Venendo meno tale certezza, si rischia di diventare cultori di cenere e non custodi e dispensatori della vera luce e di quel calore che è capace di riscaldare il cuore[18].

Prima di concludere, consentitemi ancora di farvi due raccomandazioni che mi stanno a cuore. La prima si riferisce alla vostra paternità episcopale. Siate Pastori vicini alla gente, Pastori prossimi e servitori. Questa vicinanza si esprima in modo speciale verso i vostri sacerdoti. Accompagnateli affinché continuino a servire Cristo con cuore indiviso, perché solo la pienezza riempie i ministri di Cristo. Vi prego, pertanto, non lasciate che si accontentino delle mezze misure. Curate le loro sorgenti spirituali affinché non cadano nella tentazione di diventare notai e burocrati, ma siano espressione della maternità della Chiesa che genera e fa crescere i suoi figli. Vegliate affinché non si stanchino di alzarsi per rispondere a chi bussa nella notte, anche quando già si pensa di aver diritto al riposo[19]. Allenateli affinché siano pronti a fermarsi, chinarsi, versare balsamo, farsi carico e spendersi in favore di chi, “per caso”, si è trovato spogliato di quanto credeva di possedere[20].

La mia seconda raccomandazione si riferisce agli immigrati. Chiedo scusa se in qualche modo parlo quasi “in causa propria”. La Chiesa statunitense conosce come poche le speranze dei cuori dei migranti. Da sempre avete imparato la loro lingua, sostenuto la loro causa, integrato i loro contributi, difeso i loro diritti, promosso la loro ricerca di prosperità, conservato accesa la fiamma della loro fede. Anche adesso nessuna istituzione americana fa di più per gli immigrati che le vostre comunità cristiane. Ora avete questa lunga ondata d’immigrazione latina che investe tante delle vostre diocesi. Non soltanto come vescovo di Roma, ma anche come Pastore venuto dal Sud, sento il bisogno di ringraziarvi e di incoraggiarvi. Forse non sarà facile per voi leggere la loro anima; forse sarete messi alla prova dalle loro diversità.

Sappiate, comunque, che possiedono anche risorse da condividere. Perciò accoglieteli senza paura. Offrite loro il calore dell’amore di Cristo e decifrerete il mistero del loro cuore. Sono certo che, ancora una volta, questa gente arricchirà l’America e la sua Chiesa.

Dio vi benedica e la Madonna vi custodisca! Grazie!

© Copyright - Libreria Editrice Vaticana

[1] Lv 19, 2.

[2] EDGARD LEE MASTERS, Antologia di Spoon River (“Quando ero giovane, / avevo ali forti e instancabili, / ma non conoscevo le montagne. / Quando fui vecchio, / conobbi le montagne, / ma le ali stanche non tennero più dietro alla visione. / Il genio è saggezza e gioventù”).

[3] Cfr. Gv 14, 26.

[4] 1 Pt 2, 25.

[5] Cfr. At 6, 4.

[6] Cfr. Gv 21, 15-17; At 20, 28-31.

[7] Mc 3, 32.

[8] Gv 6, 27.

[9] Mt 25, 31-45.

[10] Fil 2, 1-11.

[11] Mt 20, 1-16.

[12] Mt 11, 28-30.

[13] Lc 9, 54.

[14] Mt 5, 14.

[15] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1.

[16] Cfr. PAPA FRANCESCO, Esort. ap. Evangelii gaudium, 34-39.

[17] Cfr. Gv 21, 4-12.

[18] Cfr. Lc 24, 32.

[19] Cfr. Lc 11, 5-8.

[20] Cfr. Lc 10, 29-37.

Romana, n. 61, Luglio-Dicembre 2015, p. 217-224.

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