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Intervista concessa a Palabra, Spagna (30-I-2017) (realizzata da Alfonso Riobó)

Primi anni

– Lei è nato a Parigi nel 1944 da una famiglia spagnola. Qual è il motivo per cui risiedeva in Francia?

La guerra civile. Mio padre era militare dell’esercito repubblicano. Non volle mai raccontare i particolari, ma so che per la sua posizione di comandante ebbe modo di salvare molta gente e all’interno dello stesso esercito repubblicano finì per trovarsi in una situazione rischiosa. Poiché non era sostenitore di Franco, pensò che convenisse andare in Francia e approfittò della vicinanza alla frontiera di una parte dell’esercito per passare il confine dalla Catalogna. Era veterinario militare, ma si è dedicato soprattutto alla ricerca in biologia animale. Non era un politico, ma un militare e uno scienziato.

– Conserva qualche ricordo di quell’epoca?

Quel che so di quel tempo lo so per averlo sentito raccontare. Quando la famiglia andò in Francia non ero ancora nato e nemmeno la mia settima sorella, quella prima di me (non ho conosciuto le mie due sorelle più grandi, che morirono essendo molto piccole, molto prima che io nascessi). Noi due più piccoli siamo nati a Parigi. Io a ottobre, giusto un mese dopo la liberazione da parte delle truppe americane e di quelle francesi del generale Leclerc.

– Si parlava di politica in casa?

Non ho ricordi su Parigi. Già in Spagna, se ne parlava poco; si facevano piuttosto commenti isolati e brevi, non favorevoli ma nemmeno violenti, al regime di Franco. Bisogna riconoscere che, a partire da quell’epoca, mio padre e la famiglia condussero una vita pacifica: mio padre fu riammesso più avanti in un centro ufficiale di ricerca dipendente dal ministero dell’agricoltura, a Madrid, dove lavorò fino al pensionamento.

– E di religione? Ha ricevuto la fede in famiglia?

Ho ricevuto la fede fondamentalmente nella famiglia, soprattutto da mia madre e mia nonna materna, che viveva con noi. Mio padre era molto buono ma in quell’epoca era abbastanza lontano dalla religione. Col tempo sarebbe tornato alla pratica religiosa e arrivò a essere soprannumerario dell’Opus Dei. Nel focolare familiare imparai le basi della vita di pietà.

– Da Parigi tornarono in Spagna.

Io avevo allora tre anni e conservo solo un vago ricordo, come un’immagine incisa nella memoria, del viaggio in treno da Parigi a Madrid.

– Che scuola frequentò?

Areneros, la scuola dei gesuiti. Sono stato lì fino alla fine del liceo. Era una buona scuola, con una disciplina abbastanza seria. Diversamente da quello che ho sentito raccontare di altre scuole dell’epoca, non ho visto mai un gesuita picchiare qualcuno negli otto anni in cui sono stato lì. E questo suscita in me la gratitudine. Ricordo diversi professori, soprattutto quelli degli ultimi anni; per esempio, nell’ultimo anno abbiamo avuto come professore di matematica un laico e padre di famiglia che si chiamava Castillo Olivares, persona veramente valida che ammiravamo tanto.

Incontro con l’Opus Dei

– Lei studiò fisica all’università di Barcellona. Quale fu il motivo del trasferimento?

Veramente il primo anno di università lo feci a Madrid. Era il cosiddetto selettivo, che introduceva a tutte le ingegnerie e alle facoltà di scienze. Comprendeva solo cinque esami, comuni a tutti i corsi di laurea: matematica, fisica, chimica, biologia e geologia. Eravamo una classe molto numerosa, diversi gruppi, ciascuno con più di cento alunni.

Quel primo anno ho avuto come professore di matematica don Francesco Botella [che era uno dei primi membri dell’Opus Dei e che era anche sacerdote]. Quando poi lui seppe che io ero dell’Opera e che pensavo di studiare fisica mi disse: ma perché fai fisica? Perché non matematica? Se vuoi guadagnare soldi diventa ingegnere, ma se è per interesse alle scienze, perché non fare matematica?

Quando andai a Barcellona ero già membro dell’Opus Dei. Ho vissuto nella Residenza Universitaria Monterols, dove resi compatibili gli studi di fisica con la formazione teologica e spirituale che ricevono le persone nell’Opera.

– Quando ha conosciuto l’Opus Dei?

Nelle conversazioni tra i miei fratelli più grandi e i miei genitori avevo sentito l’espressione Opus Dei quando ero molto piccolo. Anche se non avevo idea di cosa fosse, la parola mi risultava familiare.

Quand’ero al quinto anno di liceo andai in un Centro dell’Opera che era in via Padilla 1, all’angolo con via Serrano, e per questo si chiamava Serrano; non esiste più. Ci andai poche volte. Mi piacque l’ambiente e ciò che lì veniva detto, ma a scuola avevamo già delle attività spirituali e forse io non riuscivo a capire la necessità di ricevere di più. Sono andato qualche volta pure a giocare a pallone con quelli di Serrano.

Più avanti, nell’estate 1961, finito il liceo e prima dell’università, mio fratello maggiore, che lavorava come ingegnere in un cantiere navale di Cadice, mi invitò a trascorrere qualche settimana con la sua famiglia. Vicino a casa sua c’era un centro dell’Opus Dei e incominciai a frequentarlo. Il direttore era un ufficiale di marina e ingegnere di armi navali che m’incoraggiava a sfruttare bene il tempo: mi diede perfino un libro di chimica da studiare, cosa che io non avevo mai fatto in estate! Lì si pregava, si studiava, si parlava e, tra una cosa e l’altra, andai assimilando lo spirito dell’Opus Dei.

Finì per parlarmi della possibilità che io avessi la vocazione all’Opera. Io reagii come fanno in tanti, dicendo: no, tutt’al più come mio fratello, padre di famiglia. Mi trascinai la questione finché non mi decisi. Ricordo il momento preciso: stavo ascoltando una sinfonia di Beethoven. Naturalmente non è che io abbia deciso sulla vocazione a causa della sinfonia, ma ci fu questa in coincidenza, dopo aver pregato e pensato tanto. Dopo pochi giorni tornai a Madrid.

– Quindi le piace la musica?

Sì.

– Qual è il suo compositore preferito?

Forse Beethoven. Anche altri: Vivaldi, Mozart… Ma se dovessi sceglierne uno mi terrei Beethoven. La verità è che da anni ascolto poca musica. Non seguo un piano preciso.

– Le dispiacerebbe descriverci questa decisione di donazione a Dio?

Non ci fu un momento preciso d’incontro con Dio. È stata una cosa naturale, graduale, da quando era piccolo e m’insegnarono a pregare. Progressivamente mi andai avvicinando a Dio nella scuola; lì avevamo modo di ricevere la comunione quotidianamente, e penso che questo aiutò la mia decisione successiva di diventare dell’Opera in modo relativamente rapido. Chiesi l’ammissione all’Opera quando mi mancava un mese per compiere i 17 anni, per cui mi sono incorporato già a 18 anni.

– Che cosa ci potrebbe raccontare degli anni di Barcellona?

A Barcellona sono stato cinque anni, due da residente in quel centro di studi e tre come parte della direzione della stessa Residenza Universitaria. Lì ho frequentato gli altri quattro anni del corso di laurea e poi sono rimasto un anno a fare lezioni in facoltà come assistente. Tutti i ricordi di Barcellona sono stupendi: di amicizia, di studio… Un ricordo speciale sono le visite che facevamo ai poveri e ai malati, com’è tradizione dell’Opera. Molti degli studenti universitari che ci andavano si rendevano conto che il contatto con la povertà, con il dolore, aiuta a relativizzare i problemi.

– Quando ha conosciuto san Josemaría Escrivá? Che impressione le ha fatto?

Il 23 agosto 1963. Fu a Pamplona, nella Residenza Universitaria Belagua, in un’attività formativa estiva. Abbiamo avuto con lui un lungo incontro, almeno un’ora e mezzo. Mi fece un’impressione stupenda. Mi ricordo che dopo commentavamo tra di noi che bisognerebbe vedere il Padre (così chiamavamo il fondatore) molto più di frequente.

Colpivano la sua simpatia e la sua spontaneità: non era una persona solenne, ma naturale, di buon umore, raccontava aneddoti con frequenza; e al tempo stesso diceva cose molto profonde. Era una mirabile sintesi: dire cose profonde con semplicità.

Lo incontrai ancora poco dopo, credo del mese successivo. Andai a trascorrere alcuni giorni a Madrid e capitò che il Padre fosse a Molinoviejo. Così andammo a trovarlo da diverse località.

In nessuna di queste occasioni sono riuscito a parlare con lui personalmente. Poi qui a Roma sì, naturalmente, molte volte.

Cinquant’anni a Roma

– A Roma si trasferisce nel 1967…

Sono venuto per fare gli studi teologici e avevo ottenuto anche una borsa di studio del governo italiano per la ricerca in fisica nell’anno accademico 1967-68 all’università La Sapienza. In realtà ho potuto fare poca ricerca, giusto quanto richiesto dalla borsa. Quando sono venuto non avevo esplicitamente la prospettiva d’intraprendere una carriera accademica in teologia. Le cose andarono avanti da sole. Non avevo piani in questo senso.

– La sua ordinazione sacerdotale avvenne nel 1971.

Sì. Sono stato ordinato il 15 agosto 1971, nella basilica di San Michele, a Madrid. Il vescovo ordinante fu Marcelo González Martín, ancora vescovo di Barcellona, poco prima di trasferirsi a Toledo.

Dicevano scherzando che in quel gruppo c’erano quattro francesi: due erano francesi «completi», Franck Touzet e Jean-Paul Savignac; poi c’eravamo Agustín Romero, spagnolo che risiedeva in Francia da molti anni, e io, che ero nato a Parigi e vi avevo vissuto tre anni.

Non posso dire di aver sentito da sempre una chiamata al sacerdozio. Quando sono venuto a Roma ho manifestato una disposizione generica e poi ho detto apertamente a san Josemaría: “Padre, sono disposto a ricevere l’ordinazione”. Mi prese sottobraccio e mi disse, tra le altre cose, più o meno: “Mi rallegro, figlio mio, ma quando arriverà il momento devi farlo con tutta libertà”. Questa conversazione ebbe luogo nella Galleria della Campana, a Villa Tevere, penso alla fine di qualcuna delle tertulias che frequentemente avevamo con lui.

– Ricevette in Spagna qualche incarico pastorale dopo l’ordinazione?

No. Tre giorni dopo l’ordinazione celebrai la prima Messa solenne nella basilica di San Michele e immediatamente tornai a Roma. Qui avevo collaborato prima con le attività di apostolato con giovani a Orsini, che allora era un centro di universitari, tenendo lezioni di formazione cristiana e partecipando ad altre attività.

Già da sacerdote, a Roma, collaborai diversi anni con la parrocchia di San Giovanni Battista al Collatino e dopo con quella di Sant’Eugenio; fui cappellano di diversi centri dell’Opera sia di uomini sia di donne, e lavoravo qui negli uffici della sede centrale. Insomma, un percorso normale.

– Si sa che le piace il tennis. Quando acquisì questa passione?

Incominciai con il tennis abbastanza presto, a Barcellona. Mi insegnò molto un italiano, Giorgio Carimati, adesso sacerdote anziano, che allora giocava a tennis molto bene: in Italia era stato quasi professionista. Ma ci sono stati gli alti e i bassi nella faccenda del tennis perché mi sono lesionato il gomito destro e in alcune epoche mi sono dedicato alla bicicletta. Adesso cerco di praticarlo; cerco di giocarci tutte le settimane. Ma non è sempre possibile, per il clima, gli impegni, eccetera.

– Ma gioca partite serie, per vincere?

Sì, certo. Quanto a vincere, dipende da con chi gioco.

– Le piace leggere?

Sì, ma non c’è molto tempo… Non ho un autore preferito. Ho letto anche i classici. Per mancanza di tempo ci ho messo anni a finire alcuni libri grossi; tempo fa ci misi un anno a leggere Guerra e pace. Di teologia ho sempre dovuto leggere molto, perché insegno dal 1994, e perché per la Congregazione per la Dottrina della Fede devo studiare molti temi teologici.

– In teologia ha studiato aspetti centrali dello spirito dell’Opus Dei come la filiazione divina. Ritiene necessario approfondire queste riflessioni?

Si è fatto molto in questo campo. Quel che bisogna fare è andare avanti, bisognerà sempre farlo. Lo spirito dell’Opus Dei è, com’era solito dire il filosofo e teologo Cornelio Fabro, il Vangelo sine glossa. È il Vangelo, immerso nella vita ordinaria, sempre da approfondire.

In questo senso non è che adesso c’è una nuova epoca, perché si è già fatto moltissimo. Basta leggere per esempio i tre volumoni di Ernst Burkhart e Javier López intitolati Vita quotidiana e santità.

– In un articolo su questa rivista, parlando di Mons. Echevarría ha usato l’espressione fedeltà dinamica. Cosa intendeva?

L’espressione fedeltà dinamica non è originale per nulla. Si tratta di ciò che affermò espressamente san Josemaría: cambiano i modi di dire e di fare rimanendo intoccabile il nucleo, lo spirito. Non è una questione di adesso. Una cosa è lo spirito, e un’altra la materialità del funzionamento nelle cose accidentali, che possono cambiare nel tempo.

La fedeltà non è pura ripetizione meccanica, è applicare la stessa essenza a diverse circostanze. A volte è necessario mantenere anche l’accidentale, e altre volte cambiarlo. Da qui l’importanza del discernimento, soprattutto per riconoscere qual è il limite tra accidente e sostanza.

– Che parte ha avuto nella storia della Pontificia Università della Santa Croce?

Non ho avuto nulla a che fare sul piano giuridico o istituzionale. Semplicemente fui uno dei primi professori. Ero stato professore al Collegio romano della Santa Croce per diversi anni, in collegamento con l’Università di Navarra, e dal 1980 fino al 1984 insegnai alla Pontificia Università Urbaniana. Poiché avevo anche le pubblicazioni sufficienti, l’autorità competente della Santa Sede considerò la mia qualifica adeguata per entrare direttamente come professore ordinario. Siamo stati in tre a entrare come ordinari in quelle condizioni: Antonio Miralles, Miguel Ángel Tabet e io.

– Chi sono stati i suoi maestri sul piano intellettuale?

In filosofia, Cornelio Fabro e Carlos Cardona. In teologia non saprei dire un nome preciso. Da una parte ci sono san Tommaso d’Aquino, sant’Agostino e più tardi Joseph Ratzinger. Ma soprattutto indicherei san Josemaría Escrivá: è un livello diverso, logicamente, non accademico, ma sì quanto a profondità e originalità. Se dovessi indicare un maestro in teologia, sarebbe lui.

Ricordo di tre Papi

– Quando ha conosciuto san Giovanni Paolo II?

In una delle numerose riunioni con il clero in Vaticano, all’inizio del pontificato. Poi l’ho visto in parecchie occasioni, e accompagnando Mons. Echevarría ho mangiato con lui alcune volte solo con tre o quattro persone.

Pranzai con lui altre due volte per il mio lavoro nella Congregazione per la Dottrina della Fede. 

La prima volta abbiamo avuto una riunione nell’appartamento pontificio alla quale partecipavano, oltre al Papa, il segretario di Stato, il sostituto, il cardinale Ratzinger, prefetto, e tre consultori. Dopo una lunga riunione, siamo andati in sala da pranzo le stesse persone e durante il pranzo ciascuno andava esprimendo il suo parere, in ordine, sul tema del quale si trattava. Nel frattempo, questa volta come anche la successiva, il Papa sostanzialmente ascoltava. All’inizio pronunciò alcune parole di ringraziamento per la nostra presenza, poi disse al cardinal Ratzinger di dirigere la riunione, e alla fine fece un breve riassunto sintetico e di valutazione d’insieme di ciò che aveva ascoltato.

Credo che fu nella seconda occasione quando, dopo aver ascoltato e ringraziato per tutto quello che era stato esposto, portandosi la mano al petto disse: «Ma la responsabilità è mia». Si vide che veramente lo pensava.

– Benedetto XVI quando lo ha conosciuto?

Ho conosciuto il cardinal Ratzinger quando sono stato nominato consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1986. Poi sono stato con lui con discreta frequenza in riunioni di poche persone. Molte altre volte sono andato a trovarlo per motivi diversi.

– Ricorda qualche aneddoto di questi incontri?

Ho sempre percepito in lui un particolare: ascoltava molto e non era mai lui a dare per concluso il colloquio.

Ricordo diversi aneddoti. Per esempio, per il famoso affaire di Lefebvre, io fui presente ai dialoghi con il vescovo francese, nel 1988, se non erro. In una riunione partecipava il cardinal prefetto Ratzinger, il segretario della Congregazione, lo stesso Lefebvre con due consiglieri e uno o due consultori in più della Congregazione per la Dottrina della Fede. Lefebvre aveva accettato, ma dopo è tornato indietro. Sono rimasto un momento da solo con Ratzinger quando disse con pena: «Non si rendono conto che senza il Papa non sono nulla».

Come Papa, ho potuto salutarlo varie volte, ma non ho avuto una conversazione vera e propria. Dopo la sua rinuncia l’ho visto in due momenti, sempre accompagnando Mons. Echevarría, nella casa dove abita adesso: l’ho trovato molto affettuoso, anziano ma con la mente pienamente lucida.

– Visto che ha parlato del problema dei lefebvriani, se ne vede un’uscita?

Non ho avuto altri contatti dalle ultime riunioni teologiche con loro poco tempo fa, però dalle notizie che arrivano sembra che potrebbe essere vicina una soluzione.

– Quando ha conosciuto Francesco?

In Argentina, quando era vescovo ausiliare di Buenos Aires. Io accompagnavo Mons. Echevarría. Lo vidi ancora nel 2003, quando era già cardinale arcivescovo. Dava l’impressione di essere una persona seria, amabile, vicina alle preoccupazioni della gente. Poi il suo viso è cambiato: adesso lo vediamo con quel sorriso.

Da Papa l’ho visto diverse volte. Ieri ho ricevuto una sua lettera. Io gli avevo scritto ringraziandolo della nomina, della prontezza con cui la fece e del regalo dell’immagine della Madonna che mi mandò quel giorno. E mi ha risposto con una lettera molto bella in cui, fra le altre cose, mi chiede di pregare per lui, come sempre.

Priorità

– Il suo primo giorno come prelato lei si riferì alle priorità attuali dell’Opus Dei: giovani, famiglia e persone bisognose. Iniziamo dalla gioventù.

Nel lavoro dell’Opus Dei con i giovani si verifica che la gioventù di oggi, almeno in buona parte, risponde con generosità agli ideali grandi, per esempio al momento di coinvolgersi in attività di servizio ai più bisognosi.

Allo stesso tempo si nota in molti una mancanza di speranza, per l’assenza di offerte lavorative, per problemi familiari, per una mentalità consumistica e per diverse dipendenze che oscurano quei grandi ideali.

È necessario favorire che i giovani si pongano domande profonde che in realtà trovano solo piena risposta nel Vangelo. Una sfida, quindi, è avvicinare al Vangelo, a Gesù, aiutarli a scoprirne l’attrattiva. Vi troveranno motivi per sentirsi fieri di essere cristiani, per vivere la fede con gioia e per servire gli altri.

La sfida è ascoltarli di più, comprenderli meglio. In questo giocano un ruolo principale i genitori, i nonni e gli educatori. È importante avere tempo per i giovani, stare dalla loro parte. Dare affetto, riversare pazienza, offrire compagnia e saper presentare delle sfide esigenti.

– Qual è nella sua opinione la priorità per la famiglia?

Sviluppare ciò che Papa Francesco ha chiamato «il cuore» della Amoris laetitia, vale a dire i capitoli 4 e 5 dell’esortazione apostolica, sui fondamenti della crescita nell’amore.

Ai nostri giorni si rende necessario riscoprire il valore dell’impegno nel matrimonio. Potrebbe sembrare più attraente vivere lontano da qualsiasi tipo di vincolo, ma un atteggiamento così di solito finisce in solitudine e nel vuoto. Invece impegnarsi è usare la propria libertà in favore di un impegno valido e di grande portata.

Inoltre, per i cristiani il sacramento del matrimonio dà la grazia necessaria per rendere fruttifero questo impegno, che non è solo cosa di due, poiché Dio è nel mezzo. Per questo è importante aiutare a scoprire la sacramentalità dell’amore matrimoniale, specialmente nel periodo di preparazione al matrimonio.

– Nei viaggi pastorali accompagnando Mons. Echevarría ha conosciuto molte iniziative in favore di persone meno fortunate. Ha visto da vicino questa necessità?

È impressionante la povertà nel mondo. Ci sono Paesi che hanno da un lato persone di altissimo livello, scienziati, eccetera, ma anche una tremenda miseria che convivono insieme nelle grandi città. In altri posti trovi una città che sembra Madrid o Londra e a pochi chilometri ci sono quartieri di una miseria materiale impressionante, che formano intorno alle città una cintura di baracche. Il mondo è diverso da un posto all’altro. Ma ciò che impressiona dappertutto è la necessità di servire gli altri, di fare in modo che la dottrina sociale della Chiesa vada diventando realtà.

– In che senso le persone bisognose sono una priorità per la Chiesa e, in quanto tale, per l’Opus Dei?

Sono una priorità perché sono al centro del Vangelo e perché sono amate in modo speciale da Gesù.

Nell’Opus Dei c’è come un primo aspetto più istituzionale: le iniziative che le persone della Prelatura promuovono con altre persone per provvedere a necessità concrete del momento e del luogo dove vivono, mentre l’Opera presta loro assistenza spirituale. Alcuni casi concreti e recenti sono, per esempio, Laguna, a Madrid, un’iniziativa sanitaria per le persone che hanno bisogno di cure palliative; Los Pinos, un centro educativo in una zona marginale di Montevideo, che promuove lo sviluppo sociale dei giovani; o il Iwolo Health Clinic, un ambulatorio medico che offre cure gratuite a centinaia di persone delle zone rurali della Nigeria. Queste e molte altre opere simili dovrebbero continuare a crescere, perché il cuore di Cristo a questo ci porta.

L’altro versante, più profondo, consiste nell’aiutare ogni fedele della Prelatura e ogni persona che si avvicina ai suoi apostolati a scoprire che la sua vita cristiana è inseparabile dall’aiuto ai bisognosi. Se guardiamo intorno a noi, nel nostro posto di lavoro, nella famiglia, troviamo tante occasioni: anziani che vivono in solitudine, famiglie che attraversano difficoltà economiche, poveri, persone da tempo senza lavoro, malati nel corpo e nell’anima, rifugiati… San Josemaría si dava molto da fare nella cura dei malati, perché vedeva in loro la carne sofferente di Cristo redentore. Per questo era solito chiamarli tesoro. Sono drammi che troviamo nella vita ordinaria. Come diceva Madre Teresa di Calcutta, adesso santa, non occorre andare in India per accudire e dar amore agli altri: si può fare nella stessa via dove abiti.

– Nella società attuale l’evangelizzazione pone nuove sfide e il Papa ricorda che la Chiesa è sempre «in uscita». In quale modo l’Opus Dei partecipa a questo invito?

Il Papa chiama alla nuova evangelizzazione, caratterizzata dalla gioia di coloro che, avendo incontrato Gesù Cristo, si pongono “in uscita” per condividere questo dono con i loro pari.

Può dare vera gioia soltanto chi ha esperienza personale di Gesù. Se un cristiano dedica tempo al suo rapporto personale con Gesù, potrà dare testimonianza di fede in mezzo alle attività ordinarie e aiutare a scoprire proprio lì la gioia di vivere il messaggio cristiano: l’operaio con l’operaio, l’artista con l’artista, l’universitario con l’universitario…

Noi dell’Opus Dei, con tutti i nostri difetti, desideriamo contribuire all’edificazione della Chiesa ognuno dal proprio luogo di lavoro, nella propria famiglia… Sforzandoci per santificare la vita ordinaria. Molte volte si tratterà di ambienti professionali e sociali che non hanno ancora sperimentato la gioia dell’amore di Dio e che in questo senso sono anche periferie cui è necessario arrivare, uno a uno, persona a persona, da uguale a uguale.

– Una preoccupazione generalizzata sono le vocazioni. Che cosa consiglierebbe a partire dall’esperienza dell’Opus Dei?

Nell’Opus Dei si sperimentano le stesse difficoltà di tutti nella Chiesa e chiediamo al Signore, che è il padrone della messe, di mandare operai nella sua messe. Forse una sfida speciale è suscitare la generosità tra i giovani, aiutandoli a comprendere che la donazione a Dio non è solo rinuncia ma dono, un regalo che si riceve e che rende felici.

Qual è la soluzione? Mi vengono in mente le parole del fondatore: «Se vogliamo essere di più, siamo migliori». La vitalità della Chiesa non dipende tanto da formule organizzative, nuove o antiche, ma da una apertura totale al Vangelo, che porta al cambiamento di vita. Sia Benedetto XVI sia Papa Francesco hanno ricordato che sono soprattutto i santi che fanno una Chiesa. Pertanto, vogliamo più vocazioni per tutta la Chiesa? Sforziamoci di più per corrispondere personalmente alla grazia di Dio, che è Colui che santifica.

– Dalla sua elezione ha chiesto con frequenza preghiere per la Chiesa e per il Papa. Come incrementare quest’unità con il Santo Padre nella vita delle persone ordinarie?

Mi chiede un consiglio. Tutti quelli che hanno salutato personalmente Papa Francesco, e dal 2013 saranno stati migliaia, hanno ascoltato questa richiesta: prega per me. Non è una frase fatta. Magari nella vita di un cattolico non mancasse ogni giorno un piccolo gesto per il Santo Padre, che porta un grande peso: recitare una preghiera semplice, fare un piccolo sacrificio, eccetera. Non si tratta di cercare cose difficili ma qualcosa di concreto, quotidiano. Incoraggio i padri e le madri di famiglia a invitare i loro figli, fin da piccoli, a dire una breve preghiera per il Papa.

Romana, Nº 64, Gennaio-Giugno 2017, pag. 134-143.