envelope-oenvelopebookscartsearchmenu

Un articolo del Cardinale Ugo Poletti, Vicario del Papa per la diocesi di Roma

In occasione del 2 ottobre, la stampa di tutto il mondo ha segnalato il sessantesimo anniversario della fondazione dell'Opus Dei con numerosi articoli di autorevoli personalità. Riportiamo qui l'intervento di Sua Eminenza il Cardinale Ugo Poletti, Vicario del Santo Padre per la diocesi di Roma, su "L'Osservatore Romano" del 2 ottobre.

Il 2 ottobre di quest'anno, sessantesimo anniversario della fondazione, è una data importante per l'Opus Dei, e lo è logicamente per tutta la Chiesa; non è infatti l'Opus Dei altro che una specifica funzione apostolica della Chiesa universale, un -fenomeno pastorale- (così amava definirlo il Fondatore, il Servo di Dio Josemaría Escrivá) che la Chiesa non solo ha riconosciuto, approvato e incoraggiato, ma ha proprio fatto suo, inserendolo nella propria struttura giurisdizionale. E' quindi per me questo lieto anniversario un'occasione privilegiata per esprimere, come Vicario del Santo Padre per la Diocesi di Roma, la riconoscenza allo Spirito Santo —anima della Chiesa e origine di tutti i carismi apostolici che la rendono perennemente feconda e rinnovano incessantemente la faccia della terra— per tutti i frutti di santità personale, di nuova evangelizzazione e di permanente e capillare catechesi in mezzo al popolo di Dio che questi sessant'anni dell'Opus Dei rappresentano. Mi sembra anche doverosa un'altra riflessione: accogliendo nell'Urbe la Sede centrale dell'Opus Dei, la Chiesa di Roma esprime la sua nativa -missione-, espressa dal suo Vescovo, il Sommo Pontefice: di accogliere, verificare, approvare tutte le realtà ecclesiali missionarie ed apostoliche.

Già dal modo con cui nacque quel giorno dell'anno 1928 a Madrid, nella festa degli Angeli custodi, è evidente che l'Opus Dei era e doveva sempre rimanere una vera opera di Dio per l'esclusivo ed effettivo servizio della Chiesa, ossia per la piena realizzazione nel mondo dei fini soprannaturali propri della Chiesa. Nessuna finalità terrena, umana, e nessuna interferenza di criteri e di opinioni umane con l'ascolto e la docile esecuzione dei piani di Dio. Se il Servo di Dio Josemaría Escrivá fu il Fondatore, è proprio perché, paradossalmente, non pretendeva di fondare alcunché, anzi al contrario rifuggiva sinceramente dall'idea di essere un Fondatore. Si vede chiaramente che poté essere idoneo a quell'immane compito che Dio gli affidò proprio per la sua umiltà e il suo distacco da ogni ambizione e da ogni mira umana, sia pure nobile, sia pure spirituale e apostolica; per quest'Opera di Dio al servizio della Chiesa, occorreva un fondamento, un Fondatore, che fosse pienamente identificato con la volontà di Dio.
C'è un episodio della vita del Fondatore che mi è sempre parso illuminante a questo riguardo. E' quando Dio permise che il suo servo fedele, proprio per la sua umiltà e il suo distacco, fosse improvvisamente assalito dal dubbio di aver avviato un'opera sua, non esclusivamente di Dio; disse allora al Signore nella sua preghiera: -Se l'Opera non è per servire la Chiesa, Signore, distruggila del tutto in questo stesso momento!-. Dio ricompensò subito questa generosa e umilissima disponibilità riconfermando interiormente il Fondatore nella persuasione di fede che -l'Opera viene a realizzare un'esplicita volontà di Dio-.

Sono dunque trascorsi sessant'anni da quel 2 ottobre. Di questi relativamente pochi anni di attività dell'Opus Dei —che ha avuto nel frattempo la sua definitiva e appropriata veste giuridica come Prelatura personale di ambito universale— ben quarantadue sono anni -romani-: già nel 1946, infatti, monsignor Escrivá stabilì a Roma la sede centrale della sua Opera, e si stabilì lui stesso accanto alla cattedra di Pietro; l'Opus Dei manifestò così, anche esteriormente, la sua anima romana, già viva e operante peraltro nello spirito del Fondatore e nella realtà dell'apostolato dei primi membri, uomini e donne. Come Vicario del Papa per la diocesi di Roma, mi è particolarmente caro rilevare una volta ancora questo tratto così caratteristico dell'Opus Dei: la sua romanità, che vuol dire anzitutto universalità, e poi anche (e per lo stesso motivo teologico) stretta unione con il Capo visibile della Chiesa, sintonia piena con la persona e gli insegnamenti del Papa.

Gli anni romani del Fondatore dell'Opus Dei —un periodo che va dal 1946 al 1975— furono gli anni di grande espansione universale dell'Opera; dopo il forzato rallentamento provocato prima dalla guerra civile spagnola e poi dalla seconda guerra mondiale, l'apostolato dell'Opus Dei poté installarsi in modo stabile in tutti i paesi dell'Europa e dell'America (dal Canada al Cile), e in molti paesi dell'Africa, dell'Asia e dell'Oceania. Da Roma, con la preghiera incessante e con un lavoro di governo pastorale pieno di sacrificio e di passione apostolica, monsignor Escrivá promosse e guidò questa incredibilmente rapida espansione. Nel 1975 l'Opus Dei contava già circa sessantamila membri, di ottanta nazionalità diverse e di tutte le classi e professioni: operai, casalinghe, impiegati, intellettuali, contadini... La vita di lavoro sacrificato del Fondatore —che insegnava innanzitutto con il suo esempio personale a santificare i doveri quotidiani, a cominciare dal piccolo dovere di ogni momento, con eroica fedeltà agli impegni di preghiera e di lavoro di ogni giorno— si concluse inopinatamente il 26 giugno 1975, a mezzogiorno, proprio nella sua stanza di lavoro, lì dove aveva speso tante ore e tutte le sue energie, per tanti anni, al servizio dell'opera che Dio gli aveva ispirato. A Roma, dunque, doveva poi essere avviato, come di fatto avvenne nel 1981, il processo di beatificazione e canonizzazione di monsignor Escrivá.

Non posso fare a meno di ricordare che fui io stesso, il 19 febbraio di quell'anno, a promulgare il Decreto di introduzione della causa di beatificazione del Servo di Dio Josemaría Escrivá. Cinque anni dopo, l'8 novembre 1986, presiedevo la solenne sessione di chiusura del processo cognizionale sulla vita e le virtù del Servo di Dio, sessione che concludeva la prima fase della causa di beatificazione, attualmente passata alla competenza della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi.

Come ebbi a scrivere nel Decreto di introduzione della causa di beatificazione di monsignor Escrivá, -per aver proclamato la vocazione universale alla santità, fin da quando fondò l'Opus Dei nel 1928, monsignor Josemaría Escrivá è stato unanimemente riconosciuto come un precursore del Concilio proprio in ciò che costituisce il nucleo fondamentale del suo Magistero-. Sono davvero convinto che monsignor Escrivá ha mostrato a tutti, in maniera efficacissima, l'intrinseca dipendenza da Dio di ogni realtà creata, pur nell'autonomia —che egli rispettava, anzi amava— delle realtà profane: la tecnica, l'arte, l'economia, la politica... Monsignor Escrivá ha fatto capire in termini pratici che la famiglia e il lavoro professionale possono essere il luogo dell'incontro con Dio; possono essere materia santificabile e occasione di santificazione personale; possono diventare inoltre occasione di apostolato fecondo nelle viscere della società civile, per santificare il mondo -da dentro-, come il Vaticano II chiede ai laici di fare.

A Roma, nella diocesi del Papa, l'efficacia apostolica del Fondatore è anche esteriormente tangibile attraverso numerose opere di carattere sociale, assistenziale ed educativo. Mi viene in mente, come prima cosa, la Residenza Universitaria Internazionale, un moderno ed accogliente edificio che sorge all'Eur e che ospita un centinaio di universitari provenienti da diverse regioni d'Italia e da vari Paesi del Terzo Mondo. Ho sempre seguito con interesse le sue attività di formazione umana e cristiana dei futuri professionisti, e più volte ho anche accolto l'invito a visitarla e a intrattenermi con gli studenti. Per associazione di idee penso ora anche alla Residenza Universitaria -Villa delle Palme-, al Lungotevere, che è punto di riferimento culturale per molte studentesse romane. Ma la vera cultura, come ha insegnato la costituzione pastorale -Gaudium et spes- del Vaticano II, esige come fondamento la dimensione spirituale, di fede: e in effetti la formazione che studenti e studentesse ricevono nei centri dell'Opus Dei è una formazione indirizzata alla professione, ma nell'ottica cristiana, ossia per -santificare la professione, santificarsi con la professione e santificare gli altri con la professione-, come insegnava il Fondatore; è quindi una formazione basata su solidi principi di dottrina teologica e su una sapiente educazione alla pratica delle virtù cristiane. Si tratta, in altri termini, di una sistematica catechesi permanente, sia dei giovani sia di adulti, rivolta a persone di tutti i ceti sociali e impegnate nelle professioni e mestieri più vari.

Posso ricordare, a questo proposito, che in un'altra parte di Roma, nel quartiere Tiburtino-Collatino —che è situato nelle immediate adiacenze della principale zona industriale di Roma— sorge un altro centro di apostolato dell'Opus Dei nella realtà cittadina: il Centro internazionale della gioventù lavoratrice (Centro Elis). Fu Paolo VI a inaugurare nel 1965 il Centro Elis, accompagnato da una numerosa rappresentanza del Concilio che era allora in pieno svolgimento, congratulandosi con monsignor Escrivá per quanto era stato realizzato: una residenza per giovani lavoratori, efficienti scuole professionali per meccanici, elettronici, elettrotecnici, saldatori, orologiai, orafi, ecc.; una scuola sportiva per i ragazzi del quartiere, un centro di formazione professionale alberghiera per ragazze, una biblioteca di quartiere...

Paolo VI, in quella medesima occasione, celebrò la Santa Messa nella parrocchia di San Giovanni Battista al Collatino, appena finita di costruire nelle adiacenze del Centro Elis. La diocesi di Roma aveva affidato ai sacerdoti dell'Opus Dei la cura pastorale di quella parrocchia che allora aveva una popolazione di poche migliaia di persone e adesso conta trentamila anime.

Questa del Collatino non è peraltro l'unica parrocchia della diocesi officiata dai sacerdoti della Prelatura Opus Dei: anche la basilica parrocchiale di Sant'Eugenio alle Belle Arti ha parroco e viceparroci dell'Opus Dei.

Non voglio infine tralasciare un accenno a un'opera già importante adesso, ai suoi inizi, ma certamente destinata ad avere crescente importanza nel prossimo futuro: si tratta del Centro Accademico Romano della Santa Croce, con le sue Facoltà di Teologia e di Diritto Canonico.

Chiudo queste riflessioni riportando alcune parole che il Fondatore pronunciò nel corso di un'intervista concessa al -Time- di New York nel 1967: -Perché ho fondato l'Opera? Le opere che nascono dalla volontà di Dio non hanno altra spiegazione che il desiderio divino di servirsene come espressione della sua volontà salvifica universale. Già dal primo momento l'Opera era universale, cattolica. Non nasceva per risolvere determinati problemi dell'Europa degli anni Venti, ma per dire agli uomini e alle donne di tutti i paesi, di qualsiasi condizione, razza, lingua, o ambiente —e di qualsiasi stato: celibi, sposati, vedovi, sacerdoti— che potevano amare e servire Dio senza smettere di vivere nel loro lavoro ordinario, con la propria famiglia, nelle più svariate e comuni relazioni sociali-. Questo fu lo spirito di monsignor Escrivá, questa è la realtà che già adesso, a sessant'anni di distanza, appare matura e inconfondibilmente segnata con i tratti caratteristici delle realizzazioni della grazia. Un anniversario come questo è davvero un'occasione per lodare e ringraziare Iddio.

Card. Ugo Poletti
Vicario Generale di Sua Santità
per la Città di Roma e Distretto

Romana, Nº 7, Luglio-Dicembre 1988, p. 306-309.

Invia ad un amicoInvia ad un amico