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Giovedì, 16 febbraio 1989, in merito alla recente Esortazione Apostolica Christifideles laici sulla vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, il radiogiornale della Radio Vaticana ha mandato in onda una intervista a Mons. Alvaro del P

Quali sono, a suo avviso, le linee maestre che si trovano alla base della recente Esortazione Apostolica Christifideles laici?
In primo luogo l'ampliamento d'orizzonte della nozione di fedele laico. Negli anni immediatamente seguenti il Concilio, si è andato formando —più nella pratica che nella teoria— un concetto "elitario" del "laico". Si parlò molto del laico "impegnato", identificandolo con chi svolgeva un ruolo attivo all'interno degli organismi ecclesiastici. Si poteva, quindi, pensare che la madre di famiglia, ad esempio, dedita esclusivamente alla propria casa, si disinteressasse completamente della Chiesa. Lo stesso si poteva dire di tanti altri fedeli cristiani —la grande maggioranza— impegnati nei diversi campi della società civile: nell'agricoltura, nell'industria, nell'insegnamento, nei mezzi di comunicazione sociale, nel commercio, ecc. L'Esortazione "Christifideles laici" riafferma il superamento di tale concezione ristretta, superamento del resto già realizzato dal Concilio, e si rivolge a tutti i cattolici laici, ovunque si trovino, dicendo loro che è lì che Dio li vuole, è lì che essi sono chiamati ad evangelizzare per vivificare il cristianesimo nel mondo per la gloria di Dio.
Una seconda coordinata, che considero fondamentale, è l'aspetto vocazionale della condizione laicale. L'opinione pubblica ecclesiale ha familiarità con la vocazione sacerdotale e con quella alla vita consacrata, verso le quali tutti i cristiani devono avere una venerazione speciale. Non è lo stesso per la vocazione dei laici. Sembrerebbe che non ci sia "chiamata" per il cristiano comune, il quale vive nel mondo ma non è chiamato a lavorare per la diffusione del Regno di Dio. Già nello stesso titolo completo della Esortazione Apostolica, "vocazione e missione dei laici", si afferma il convincimento opposto. In effetti, la parabola del "chiamati" a lavorare nella vigna —che costituisce il fondamento biblico di tutto il documento— evoca continuamente la "chiamata" che Dio, "padrone della vigna", rivolge personalmente ad ogni fedele laico e dalla quale ha origine l'identità del cristiano.
Proprio a questo riguardo, si rimane colpiti dall'insistenza con cui il documento sottolinea l'importanza della persona. Senza dubbio, questo fatto manifesta la volontà di continuare nel solco personalistico della Gaudium et Spes. Tuttavia sembrano emergere, rispetto a questa, degli accenti nuovi. Qual è il suo parere in proposito ed in caso positivo, potrebbe indicarcene qualcuno?
Sì, l'osservazione mi sembra molto giusta. Non meraviglia, in effetti, che un concetto tanto centrale della fede cristiana, sia oggetto di continua riflessione e di ripetuti insegnamenti. Mi sembra, tuttavia, opportuno sottolineare un nuovo elemento introdotto dalla Esortazione e cioè il rapporto tra persona e unità di vita, un concetto ed una realtà che già molti anni fa appresi, con queste stesse parole, attraverso l'originale e profonda predicazione e l'esempio del Fondatore dell'Opus Dei, Mons. Escrivá de Balaguer.
Se ci soffermiamo sul carattere personale della chiamata notiamo che il Papa —seguendo quasi alla lettera il magistero conciliare— sottolinea il carattere di totalità che riveste la chiamata di Dio. In tutta la vita del laico comune è presente questo senso della chiamata, del divino. Nella persona "chiamata" non esiste un essere semplicemente umano nel mondo ed un altro essere cristiano nella Chiesa, perché l'umano è finalizzato al Regno di Dio. Il modello di tale unità dobbiamo cercarlo nella Persona del Verbo incarnato, vero Dio e vero uomo. Esiste, pertanto, una certa analogia tra il mistero dell'Incarnazione e l'unità di vita del laico. Va, però, sottolineata la dualità delle comunità alle quali il fedele laico appartiene e cioè la comunità ecclesiale e quella civile; va affermato che l'unità esiste nella persona non nella comunità.
In definitiva, qualsiasi tentativo di voler costruire l'unità di vita al di fuori della persona è destinato, a priori, al fallimento. L'unità di vita è intimamente legata all'atteggiamento del cristiano che dà valore positivo a tutte le realtà temporali, in quanto motivo ed occasione di incontro con Dio e di servizio agli uomini. Come ha costantemente insegnato il Fondatore dell'Opus Dei —cito le sue parole—, "tutto può e deve condurci a Dio, alimentare il nostro dialogo con lui dal mattino alla sera. Ogni onesto lavoro può essere preghiera, ed il lavoro che è preghiera è apostolato. In tal modo l'anima si immerge in una unità di vita autentica e sicura".

Romana, Nº 8, Gennaio-Giugno 1989, p. 115-116.

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